sabato 3 gennaio 2015

E se le franchigie NBA fossero delle Band? Eastern Conference

Per chi scrive su queste pagine, questo blog è niente più che un gioco. Il vero “lavoro” è scrivere d'altro e più precisamente di musica. Ma l'amore per la palla a spicchi è troppo forte per non dedicare qualche riga ogni tanto anche a questo sport.
Tempo fa, parlando con un amico appassionato di NBA, mi avventurai in un paragone tra una franchigia NBA e una band. E da là è nata l'idea di provare a trovare il gruppo adatto per ogni squadra. Potete partire fin da subito con gli insulti ( tutti meritati) per aver messo la vostra franchigia preferita con la band che più odiate. Gli abbinamenti sono stati fatti con motivazioni territoriali, storiche o anche solo idealistiche. Visto che c'ero per ogni abbinamento provo a consigliare pure un disco. 
Oggi iniziamo dalla Eastern Conference.

Boston Celtics – Aerosmith

Voi dateli per morti e loro risorgeranno dalle loro ceneri ogni volta. Quando pensavi di non rivederli mai più a certi livelli ecco che si ripresentano più agguerriti di prima. E soprattutto cattivi e cazzuti. Per il disco andate su Nine Lives, perché questi le hanno davvero tutte quelle vite.

Brooklyn Nets – Bon Jovi

Ora sono due anni che sono andati a Brooklyn, ma per me questi sono sempre New Jersey. E dal Garden State di materiale ne possiamo trovare a bizzeffe. Ci sarebbe il Boss, Jay Z sarebbe il naturale accoppiamento, ma per me sono come Bon Jovi. Un paio di annate clamorose e ispirate, seguite da un continuo tentativo di tornare a quei livelli, raccogliendo per lo più delusioni. Ascoltatevi Slippery When Wet che dopo è stato peggio.

New York Knicks – David Bowie

O più precisamente i Knicks sono Ziggy Stardust. Dal 1970 al 1973 hanno dominato il mondo e lo hanno rivoluzionato. E la parola Glam è quella che torna di più quando si parla di New York o quando si nomina quello che sarà poi conosciuto come il Duca Bianco. Aladdin Sane è stata la marcia funebre di quel periodo, andate con quello. 

Philadelphia 76ers – Frank Zappa

La follia al potere. Con risultati esaltanti. Visionari, rivoltosi, audaci. Iverson è stato per il basket quello che Zappa è stato per la musica. Improvvisazioni che sembrano fine a se stesse ma in cui si riesce sempre a trovare un senso. Mettete nel lettore Freak Out! e un rivedetevi gara 1 di finale tra Lakers e 76ers, troverete il nesso. 

Toronto Raptors – Nickelback

Qua bisogna andare nello stato della foglia d'acero. E purtroppo per loro assomigliano tantissimo ai connazionali Nickelback. Un disco decente a inizio secolo e un continuo tentativo di tornare a quei livelli. Vince Carter è stato per i Raptors quello che Silver Side Up è stato per Kroeger e soci. Certo che vedendoli negli ultimi due anni sembra che si stiano avvicinando più agli Arcade Fire ( il meglio uscito in questi anni dal Canada) ma diamo tempo al tempo. Se rivedete vecchie partite il disco ve l'ho detto, se li vedete quest'anno provate con Funeral degli Arcade Fire. 

Chicago Bulls – The Jimi Hendrix Experience

Di talento se n'è visto tanto sia sul parquet, sia con in mano strumenti. Ma pochi hanno saputo realmente cambiare la visione del basket e della musica come hanno fatto MJ e Hendrix. I due più grandi solisti della storia capaci anche di mettersi totalmente al servizio della loro arte. E dopo il loro passaggio nulla è stato più come prima. Per quel che riguarda il disco Electric Ladyland è la summa di Jimi, magari accompagnato da un Flu Game. 

Cleveland Cavaliers – Genesis

Ok, è tornato. Ma da certe cose non si guarisce mai. L'abbandono è una delle emozioni umane più difficilmente superabili. Quello che hanno provato i fans dei Cavs alla prima senza Il Prescelto deve esser stato simile a quello che hanno provato coloro che hanno ascoltato il primo disco dei Genesis senza Peter Gabriel alla guida. Un senso di vuoto difficilmente colmabile. "Can you tell me where my country lies?" cantava Gabriel in apertura di Selling England By The Pounds. Mai fu più adatto. 

Detroit Pistons – Metallica

Negli anni '80 erano duri, tosti e cazzutissimi. Da una parte i Bad Boys, dall'altra i Four Horsemen. Di certo non i più talentuosi nel complesso ( anche se Thomas da una parte e Burton dall'altra non erano poi così scarsi) ma quelli che spaccavano più ossa di tutti. Dopo esserteli trovati di fronte era difficile riprendersi. Per il consiglio musicale Ride The Lightning e capirete cosa dico, 40 minuti di fuoco come quelli che facevano passare i Pistons agli avversari. 

Indiana Pacers – Nine Inch Nails

A fine anni '80 si è visto un barlume di speranza sia in Indiana che nel rock. Reggie Miller e Trent Reznor provavano a far uscire una generazione dai ricordi del passato, i patinati anni '80 per la musica e la mediocrità per i Pacers. E sono giunti entrambi a un passo veramente piccolo dalla glorificazione totale senza mai raggiungerla appieno. E poi vedendo Indianapolis capisco il perché del nome Industrial al genere dei Nine Inch Nails. Disco The Fragile.

Milwaukee Bucks – Area

Demetrio Stratos era nato in Egitto ma aveva passaporto greco. Giannis Antetokounmpo ( si, ho fatto copia-incolla) è nato in Nigeria ma ha passaporto greco. Entrambi si sono allontanati dalla terra di Platone per andare a insegnare qualcosa a chi ne aveva più bisogno. E per una franchigia che difficilmente ha fatto parlare di se negli ultimi anni, avere un oggetto di culto come Giannis in squadra non è poco. Ascoltatevi Crac! così saprete cosa doveva insegnarci Demetrio, quello che doveva fare Giannis lo avete visto ieri, o ieri l'altro. 

Atlanta Hawks – Motorhead
Poche sono le certezze nella vita. La morte, il fatto che i politici italiani ruberanno sempre, i dischi dei Motorhead sempre uguali e il primo turno di Playoffs degli Hawks. Ogni tanto un picco, una scossetta che ti fa pensare che fanno il salto ma poi si torna nella loro normalità, in cui sembrano stare benissimo. Ace Of Spades è la scelta quasi obbligata. 

Charlotte Hornets/Bobcats – Elio e Le Storie Tese

Qua si parla dei Bobcats, troppo presto per giudicare i nuovi Hornets o per idolatrare troppo i vecchi ( Barone quanto t'ho amato). I Bobcats sono stati come gli Elii. Per anni una barzelletta, un qualcosa con cui farsi due risate, poi si è arrivati a un punto in cui le risate si sono fermate e si è capito che erano buoni davvero. È successo prima con Larry Brown in panchina, poi Parco Sempione ci ha fatto ridere di nuovo fino allo scorso anno in cui ci siamo accorti che c'era del buono in loro. Peccato che hanno cambiato nome, altrimenti Lance Stephenson era il candidato ideale al ruolo di Shpalman. Cicciput è il vostro disco, con il nostro supereroe preferito.


Miami Heat – Cream

Prendete tre tra i più talentuosi musicisti della propria generazione, dategli tempi di affiatarsi un po' e godetevi il risultato. I Cream come gli Heat di Lebron-Wade-Bosh hanno avuto lo stesso percorso, e i risultati sono stati fantastici in tutti e due i casi. Quattro dischi da una parte, quattro finali dall'altra. E un addio doloroso e non senza polemiche. Disraeli Gears con Lebron nel ruolo di Clapton, Wade in quello di Ginger Baker e Bosh a fare Jack Bruce. 

Orlando Magic - Black Sabbath

È comparso Ozzy e la musica non è stata più la stessa. È arrivato Shaq e la NBA non è stata più la stessa. Poi se ne sono andati ed è calato il buio. Poi è arrivato Ronnie James Dio e un po' di luce è tornata a brillare, anche se non come prima. Idem a Orlando con Howard. Poi se ne sono andati anche loro, ed è ritornato il buio. Ora i Black Sabbath sono tornati in formazione originale e l'ultimo lavoro non era poi così male. I Magic hanno messo in piedi una squadra che da qua a qualche anno farà drizzare più di qualche antenna. Stay tuned. Paranoid è quel che fa per voi. 

Washington Wizards – Nirvana


Prima si chiamavano Bullets, poi hanno avuto qualche problemino con le armi. Diciamo che il richiamo è troppo forte per non metterli insieme ai Nirvana, che pure loro con le armi non scherzava. E poi Arenas è stato il mio personalissimo Cobain. Mi ha fatto capire che un'altra pallacanestro era possibile. Ed entrambi sono durati troppo poco per poter arrivare a odiarli. In Utero, che doveva chiamarsi I Hate Myself and i Want To Die, sembra fatto apposta per entrambi.

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