sabato 30 maggio 2015

Paul Gascoigne - Il diamante pazzo

Remember when you were young, You shone like the sun”

Qualche giorno fa le mie home page dei vari social network si sono popolate di immagini, video e frasi di auguri per un calciatore ritirato ormai da un più di un decennio. Ma che ha smesso di dare al calcio da anche più tempo. Un calciatore che ormai è più l'immagine riflessa di quel che è stato. Un giocatore che è stato eletto a icona, senza aver mai dimostrato appieno quello che poteva. Ma soprattutto mi ha fatto ripensare alla mia gioventù, e per una volta quando si parla di questi esseri mitologici posso dire con fierezza : “Io c'ero”. Io l'ho visto da vicino, l'ho toccato, l'ho amato, ma forse non l'ho mai capito veramente fino in fondo. A mia discolpa c'è da dire che ero un bambino, e là si stava formando la mia passione per il calcio, di cui lui è uno dei principali responsabili. Sarà per deformazione professionale, ma tendo sempre a legare un evento o un personaggio a una canzone, e quando penso a Paul Gascoigne quella che viene subito alla mente non può che essere Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che sembra esser scritta su di lui.
Nel 2015 si tende a ricordare Gazza quasi esclusivamente per quello che ha combinato fuori dal campo, o dopo la fine della sua carriera. Pochi ricordano il giocatore che era. Che come detto magari non ha espresso tutto il suo potenziale, ma che ha dato lampi di quel qualcosa che si è visto raramente su un campo di calcio. Vero che fosse discontinuo, ancor più vero che avesse un fisico di cristallo, ma quando la luce si accendeva regalava gioielli di rara bellezza.
Era la prima Lazio di Sergio Cragnotti, quell'uomo tanto controverso da saper regalare grandi gioie e altrettanti dolori ai tifosi laziali. Ma in quell'estate del 1992, al suo primo calciomercato decise di fare le cose in grande e far cominciare a sognare i tifosi biancocelesti. Nell'estate che portò in Italia gente come Savicevic, Jugovic, Asprilla, Sammer, Effenberg, Papin e tanti altri, il presidente della Lazio regalò giocatori che diventeranno simboli dei successi laziali degli anni a seguire. Fuser, Winter, Favalli, Signori. E la ciliegina sulla torta fu Paul Gascoigne. Che sarebbe dovuto arrivare l'anno prima, se però non si fosse sbriciolato un ginocchio in FA Cup in una gara tra il suo Tottenham e il Nottingham Forest. Si ritrovò a Roma allenato da Dino Zoff, uno totalmente agli antipodi rispetto a quello che rappresentava il talento inglese. Serio e metodico il primo quanto istrione e geniale il secondo. E l'inizio non fu semplice. Praticamente girovagava per il campo, accendendo la luce di rado, in evidente sovrappeso, e qualcuno cominciava già a dubitare di lui. Ma se a Roma esiste un modo per entrare per sempre nel cuore dei tifosi, è segnare in Quella partita. Roma in vantaggio con Giannini e Gascoigne totalmente fuori dal gioco. Una delle singole prestazioni peggiori che io ricordi. Poi all'89° minuto, punizione di Signori dalla destra, un balzo di Gazza, palla all'angolino e posto nel cuore dei laziali assicurato. Poi quella corsa sotto la curva e quell'esultanza a petto in fuori a rappresentare quello che era, sempre sfrontato a dispetto di tutto.
Ci sono alcuni momenti quando ti stai formando come persona che ti restano impresse per sempre. I miei mi raccontano che la prima volta che mi portarono allo stadio avessi tre mesi, e che continuarono a portarmi anche negli anni a venire. Io la prima partita che ricordo aver visto dal vivo fu Lazio – Ancona, 16 Maggio 1993, terminata 5 a 0 per i biancocelesti (grazie Wikipedia per i dettagli). Una classica partita tranquilla in cui un bambino può andare allo stadio. E lui quel giorno la illuminò. Quando la palla passava tra i suoi piedi non esisteva modo per cui i giocatori dell'Ancona potessero fermarlo ( da notare tra i biancorossi un Detari da hipsterismo totale). Il goal del 3 a 0 si può prendere a manifesto del Gascoigne calciatore. Presa palla a centrocampo, saltati quattro giocatori dell'Ancona nel giro di quindici metri, e arrivato a tu per tu con il portiere tocco per Riedle che a porta vuota segna il più facile dei goal (cit. 90° minuto). Ricordo nitidamente il misto di eccitazione ed incredulità che mi attraversava il corpo in quei momenti. Quelli sono gli eventi che fanno crescere in te la passione per qualcosa. Come la prima volta che ascolti un assolo di Hendrix, o quando per la prima volta ti trovi davanti a un Van Gogh. Vedi ore e ore di partite, la maggior parte di una noia mortale, ma poi arrivano quei dieci secondi che ti riconciliano con tutto il tempo passato a maledire le ore passate davanti ai vari Chievo-Cesena che il nostro amato sport ci regala.



Paul Gascoigne è stato a inizio anni '90 il prototipo di giocatore che avremmo poi visto in grandi quantità negli anni a seguire. Univa una forza fisica degna di un mediano, con la classe e il genio del ruolo di trequartista, che sta purtroppo andando a scomparire. Non aveva un fisico da atleta, ma quando si accendeva era imprendibile anche per giocatori più in forma di lui. Era il tipico calciatore che quelli bravi dicono di lasciati sciolti. Si trovava da solo la posizione in campo, aveva una naturale predisposizione per questo gioco che lo portava da solo a capire dove doveva giocare. Un intelligenza calcistica fuori dal comune. Chiuderlo negli schemi lo avrebbe ucciso. Cosa che difatti accadde negli ultimi tempi alla Lazio. L'arrivo di Zeman e del suo 433 lo esclusero dal gioco, basato su un centrocampo muscolare con Di Matteo-Winter-Fuser e un attacco a tratti irripetibile con Signori-Casiraghi-Rambaudi, con Boksic pronto a entrare. Se ne andò quasi in silenzio da Roma, ma quel posto nel cuore dei tifosi lo ha tutt'ora. Andò in Scozia, ai Rangers, a vincere ancora e a regalare altri siparietti in campo. Di quello che ha fatto fuori dal campo ne hanno parlato tutti e in tutte le salse, quindi non ne parlerò.

Quando ormai era in un campionato “minore” come quello scozzese, e tutti erano convinti che la sua carriera aveva imboccato il viale del tramonto, ebbe il tempo di regalarci ancora un briciolo di splendore del suo talento. Gli europei del 1996 in terra d'Albione, nella sua terra, erano una possibilità troppo ghiotta per quel'Inghilterra che da trent'anni non aveva successi. E per tre settimane Gazza ricordò al mondo quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato del tutto. Sublimato con quel goal alla Scozia che è il ricordo più vivido della carriera di Paul. Taglio verso la porta, controllo di sinistro con pallonetto a scavalcare il difensore e tiro al volo alla destra del portiere. Ricordo il me dodicenne davanti alla tv, che riviveva quegli attimi vissuti durante quel Lazio-Ancona. Perché come diceva uno famoso, “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” (è deformazione professionale). E mi sembrò che il tempo si fosse fermato. Che gli infortuni non c'erano stati, che la luce era sempre stata accesa e che Gazza era il più forte di tutti. Poi però la realtà ti riporta con i piedi per terra. Ma tu sei sempre cosciente del fatto che quel diamante pazzo non smetterà mai di brillare. 

                     

domenica 11 gennaio 2015

E se le franchigie NBA fossero delle Band? Western Conference.

Dopo la prima parte sulla costa Est, prosegue questo gioco sull'accoppiare ogni franchigia NBA a una band. Passiamo alle quindici dell'ovest con una bonus track. Rimane sempre la possibilità di insultare senza problemi. 


Oklahoma City Thunder – Dream Theater

Tecnicamente non ci sarebbero paragoni. Solisti incredibili che però ogni tanto si specchiano troppo e si scordano di essere un gruppo che dovrebbe andare nello stesso verso. E spesso fanno a gara a far vedere chi è più bravo. Mettete sul piatto Awake e vedete come si fa a girare assieme.

Portland Trail Blazers – Lynyrd Skynyrd

Roy, Oden e Aldridge dovevano essere il trio che avrebbe dominato la NBA per un decennio. Le basi erano gettate e c'era solo da aspettare il loro momento. Poi però è arrivata la variabile più impazzita di tutte, la sfiga. I Lynyrd Skynard dopo anni di gavetta con Sweet Home Alabama erano arrivati a sfondare, poi è arrivata la sfiga. Aereo caduto di ritorno da un concerto e gruppo finito. Per il disco andate su (pronounced 'lĕh-'nérd 'skin-'nérd) e mentre ascoltate Free Bird o Simple Man rivedete il canto del cigno di Roy

Minnesota Timberwolves – Prince

I maggiori artisti usciti da Minneapolis sono Bob Dylan e Prince. Accostare i T-wolves al pioniere del folk mi sembrava esagerato, ecco arrivare Prince. Che mi ricorda troppo Garnett. Quando the Big Ticket era là faceva tutto lui, anche portarli a un passo dalle finali. Prince si suona, canta, compone, produce e vende da solo tutti i dischi. Purple Rain e se non lo conoscete, recuperate.

Denver Nuggets – Bob Marley

Qua l'abbinamento era fin troppo semplice. Lo stato del Colorado da qualche tempo ha legalizzato l'uso di cannabis e quando pensi a quello il primo che ti viene in mente è Bob Marley. Metteteci che i giocatori dei Nuggets hanno da anni un'attrazione particolare per quella roba verde, a partire da Melo, ed ecco che il gioco è fatto. Ascoltatevi Exodus e non sta a me dirvi che il reggae rende di più se accompagnato...

Utah Jazz – Deep Purple

I Deep Purple hanno cambiato un numero di lineup che non si conta più. L'unica cosa certa è che il meglio lo hanno dato quando al comando c'era la coppia Gillan-Blackmore. E che i Jazz abbiano vissuto la loro età dell'oro con Stockton e Malone non ve lo devo dire io. Il problema è che quando c'era da sfondare sul serio, entrambi si sono trovati davanti un muro. Da una parte si chiamava Led Zeppelin, dall'altra si chiamava Jordan. Qua per il disco si va con Made In Japan e non si sbaglia.

Los Angeles Clippers – Pantera

Per anni erano stati considerati. Tanti tendevano anche a dimenticarli e i successi erano pari a zero. Poi arrivò un uomo da New Orleans e le sorti cambiarono rotta. Chris Paul è per i Clippers quello che è stato Phil Anselmo per i Pantera. E i Pantera la vetta la raggiunsero quattro anni dopo il suo arrivo. Questo è la quarta stagione di CP3 ai Clippers, vedremo come andrà. Per il consiglio musicale andare con Cowboys From Hell e non ve ne pentirete.

Golden State Warriors – Grateful Dead

La baia è stata sempre simbolo di libertà e improvvisazione. Quelli che lo hanno espresso al meglio in musica sono stati i Grateful Dead. Canzoni dilaniate all'infinito e che ogni giorno cambiavano e non si ripetevano mai allo stesso modo. Un po' quello che succedeva ai Warriors del periodo del Barone, e quello che stiamo vedendo ora con quel fenomeno di Curry. Ogni volta è una scoperta nuova. Live/Dead è la summa dell'opera di Jerry Garcia e soci.

Phoenix Suns – Iron Maiden

Discorso simile a quello fatto per Atlanta. Gira che ti rigira questi te li ritrovi sempre in mezzo. Alla fine te li ritrovi sempre in mezzo. E i Maiden, come i Motorhead, sai che faranno quel disco. L'unica differenza tra le due squadre e le due band è che qui qualche picco in più lo abbiamo avuto, ma è la costanza che li rende sempre duri a morire. La scelta musicale la facciamo cadere su Piece Of Mind.


Sacramento Kings – Beach Boys

Qua devo fare outing. Quello che considero il disco più bello di sempre è Pet Sounds. E il basket più bello che ho visto nella mia vita è stato quello dei Kinks a cavallo del cambio di secolo. Solo che entrambi si sono scontrati contro entità più grandi di loro, fossero i Lakers o i Beatles poco importa. Il disco ve l'ho già detto, da là non se ne esce.

Los Angeles Lakers - U2

Fermi con gli insulti, mi spiego. Sono pomposi, sono odiati, sono amati, scatenano sentimenti contrastanti, ma non si può fare a meno di parlarne. Possono piacere o non piacere ma sono di diritto nella storia. E i Lakers nella loro storia di Bono Vox ne hanno avuti parecchi ( Magic, Shaq, Kobe, West, ecc). Il disco è The Unforgettable Fire.

San Antonio Spurs – Pink Floyd

Sedici anni dalla stagione del primo titolo a quello del quinto. Sedici anni dal primo disco dei Pink Floyd all'abbandono di Roger Waters. Nel mezzo se n'è andato anche Robinson/Barrett ma la sinfonia non è cambiata, anzi in alcuni punti è anche migliore. Un consiglio che mi sento di darvi. Mettete The Wall e rivedete gara 3 delle finali del 2014.

Houston Rockets – Chuck Berry

Hakeem e Chuck. Uno ci ha insegnato il passo dell'anatra, l'altro il Dream Shake. Uno ha fatto capire al mondo che con quella chitarra si poteva fare di tutto, l'altro che spalle a canestro si poteva fare altrettanto. E sono immagini e suoni che pure se son passati tanti anni, non passano mai di moda.

Memphis Grizzlies – Johnny Cash
Memphis è da sempre terra di musica. Anzi si potrebbe dire che il rock è nato là. Ma visto che i Grizzlies ancora non li possiamo mettere affianco al Re, e se pensiamo al loro giocatore simbolo Zach Randolph, questi sono i Johnny Cash della NBA. Altri che per buttarli giù non basta neanche sparargli, ma anzi più invecchiano più insegnano ai giovani come si fa. Non dovrei neanche dirlo il disco, ma se proprio lo volete Live At Folsom Prison è quello giusto.

Dallas Mavericks – Kraftwerk

Qua si va in Germania e penso che nessuno abbia da ridire. E con tutto che da quelle parti sono nate band cattive e cazzute ( Rammstein, Helloween, Blind Guardian, Scorpions) a me Dirk ricorda, per come gioca, i ritmi dei Kraftwerk. Un modo di stare in campo quasi sincopato, con cambi di ritmo impercettibili ma decisivi. Ralf und Florian e rendete omaggio al settimo marcatore di sempre nella lega.

New Orleans Pelicans – Black Keys

Il nuovo che avanza. Ancora molto da dimostrare ma quello che hanno fatto vedere/sentire è più che meritevole. E poi Anthony Davis è come Lonely Boy. Un pezzo che ti può far andar avanti per dieci anni senza troppi sforzi. L'ultimo Turn Blue non è male per nulla, così come l'ultima versione dei Pelicans.

Seattle Supersonics – Pearl Jam


Una marea di dischi alla loro fine hanno una ghost track. E non posso esimermi da metterla anche qui. Anche perché parliamo di una franchigia fantasma nel vero senso della parola. È scomparsa ma aleggia sempre nell'aria. E se si parla di musica non si può non parlare di Seattle. E non mi dilungo troppo perché c'è chi lo ha fatto prima e molto meglio di me. Però mi sento di consigliare un disco, in questo caso Vitalogy

sabato 3 gennaio 2015

E se le franchigie NBA fossero delle Band? Eastern Conference

Per chi scrive su queste pagine, questo blog è niente più che un gioco. Il vero “lavoro” è scrivere d'altro e più precisamente di musica. Ma l'amore per la palla a spicchi è troppo forte per non dedicare qualche riga ogni tanto anche a questo sport.
Tempo fa, parlando con un amico appassionato di NBA, mi avventurai in un paragone tra una franchigia NBA e una band. E da là è nata l'idea di provare a trovare il gruppo adatto per ogni squadra. Potete partire fin da subito con gli insulti ( tutti meritati) per aver messo la vostra franchigia preferita con la band che più odiate. Gli abbinamenti sono stati fatti con motivazioni territoriali, storiche o anche solo idealistiche. Visto che c'ero per ogni abbinamento provo a consigliare pure un disco. 
Oggi iniziamo dalla Eastern Conference.

Boston Celtics – Aerosmith

Voi dateli per morti e loro risorgeranno dalle loro ceneri ogni volta. Quando pensavi di non rivederli mai più a certi livelli ecco che si ripresentano più agguerriti di prima. E soprattutto cattivi e cazzuti. Per il disco andate su Nine Lives, perché questi le hanno davvero tutte quelle vite.

Brooklyn Nets – Bon Jovi

Ora sono due anni che sono andati a Brooklyn, ma per me questi sono sempre New Jersey. E dal Garden State di materiale ne possiamo trovare a bizzeffe. Ci sarebbe il Boss, Jay Z sarebbe il naturale accoppiamento, ma per me sono come Bon Jovi. Un paio di annate clamorose e ispirate, seguite da un continuo tentativo di tornare a quei livelli, raccogliendo per lo più delusioni. Ascoltatevi Slippery When Wet che dopo è stato peggio.

New York Knicks – David Bowie

O più precisamente i Knicks sono Ziggy Stardust. Dal 1970 al 1973 hanno dominato il mondo e lo hanno rivoluzionato. E la parola Glam è quella che torna di più quando si parla di New York o quando si nomina quello che sarà poi conosciuto come il Duca Bianco. Aladdin Sane è stata la marcia funebre di quel periodo, andate con quello. 

Philadelphia 76ers – Frank Zappa

La follia al potere. Con risultati esaltanti. Visionari, rivoltosi, audaci. Iverson è stato per il basket quello che Zappa è stato per la musica. Improvvisazioni che sembrano fine a se stesse ma in cui si riesce sempre a trovare un senso. Mettete nel lettore Freak Out! e un rivedetevi gara 1 di finale tra Lakers e 76ers, troverete il nesso. 

Toronto Raptors – Nickelback

Qua bisogna andare nello stato della foglia d'acero. E purtroppo per loro assomigliano tantissimo ai connazionali Nickelback. Un disco decente a inizio secolo e un continuo tentativo di tornare a quei livelli. Vince Carter è stato per i Raptors quello che Silver Side Up è stato per Kroeger e soci. Certo che vedendoli negli ultimi due anni sembra che si stiano avvicinando più agli Arcade Fire ( il meglio uscito in questi anni dal Canada) ma diamo tempo al tempo. Se rivedete vecchie partite il disco ve l'ho detto, se li vedete quest'anno provate con Funeral degli Arcade Fire. 

Chicago Bulls – The Jimi Hendrix Experience

Di talento se n'è visto tanto sia sul parquet, sia con in mano strumenti. Ma pochi hanno saputo realmente cambiare la visione del basket e della musica come hanno fatto MJ e Hendrix. I due più grandi solisti della storia capaci anche di mettersi totalmente al servizio della loro arte. E dopo il loro passaggio nulla è stato più come prima. Per quel che riguarda il disco Electric Ladyland è la summa di Jimi, magari accompagnato da un Flu Game. 

Cleveland Cavaliers – Genesis

Ok, è tornato. Ma da certe cose non si guarisce mai. L'abbandono è una delle emozioni umane più difficilmente superabili. Quello che hanno provato i fans dei Cavs alla prima senza Il Prescelto deve esser stato simile a quello che hanno provato coloro che hanno ascoltato il primo disco dei Genesis senza Peter Gabriel alla guida. Un senso di vuoto difficilmente colmabile. "Can you tell me where my country lies?" cantava Gabriel in apertura di Selling England By The Pounds. Mai fu più adatto. 

Detroit Pistons – Metallica

Negli anni '80 erano duri, tosti e cazzutissimi. Da una parte i Bad Boys, dall'altra i Four Horsemen. Di certo non i più talentuosi nel complesso ( anche se Thomas da una parte e Burton dall'altra non erano poi così scarsi) ma quelli che spaccavano più ossa di tutti. Dopo esserteli trovati di fronte era difficile riprendersi. Per il consiglio musicale Ride The Lightning e capirete cosa dico, 40 minuti di fuoco come quelli che facevano passare i Pistons agli avversari. 

Indiana Pacers – Nine Inch Nails

A fine anni '80 si è visto un barlume di speranza sia in Indiana che nel rock. Reggie Miller e Trent Reznor provavano a far uscire una generazione dai ricordi del passato, i patinati anni '80 per la musica e la mediocrità per i Pacers. E sono giunti entrambi a un passo veramente piccolo dalla glorificazione totale senza mai raggiungerla appieno. E poi vedendo Indianapolis capisco il perché del nome Industrial al genere dei Nine Inch Nails. Disco The Fragile.

Milwaukee Bucks – Area

Demetrio Stratos era nato in Egitto ma aveva passaporto greco. Giannis Antetokounmpo ( si, ho fatto copia-incolla) è nato in Nigeria ma ha passaporto greco. Entrambi si sono allontanati dalla terra di Platone per andare a insegnare qualcosa a chi ne aveva più bisogno. E per una franchigia che difficilmente ha fatto parlare di se negli ultimi anni, avere un oggetto di culto come Giannis in squadra non è poco. Ascoltatevi Crac! così saprete cosa doveva insegnarci Demetrio, quello che doveva fare Giannis lo avete visto ieri, o ieri l'altro. 

Atlanta Hawks – Motorhead
Poche sono le certezze nella vita. La morte, il fatto che i politici italiani ruberanno sempre, i dischi dei Motorhead sempre uguali e il primo turno di Playoffs degli Hawks. Ogni tanto un picco, una scossetta che ti fa pensare che fanno il salto ma poi si torna nella loro normalità, in cui sembrano stare benissimo. Ace Of Spades è la scelta quasi obbligata. 

Charlotte Hornets/Bobcats – Elio e Le Storie Tese

Qua si parla dei Bobcats, troppo presto per giudicare i nuovi Hornets o per idolatrare troppo i vecchi ( Barone quanto t'ho amato). I Bobcats sono stati come gli Elii. Per anni una barzelletta, un qualcosa con cui farsi due risate, poi si è arrivati a un punto in cui le risate si sono fermate e si è capito che erano buoni davvero. È successo prima con Larry Brown in panchina, poi Parco Sempione ci ha fatto ridere di nuovo fino allo scorso anno in cui ci siamo accorti che c'era del buono in loro. Peccato che hanno cambiato nome, altrimenti Lance Stephenson era il candidato ideale al ruolo di Shpalman. Cicciput è il vostro disco, con il nostro supereroe preferito.


Miami Heat – Cream

Prendete tre tra i più talentuosi musicisti della propria generazione, dategli tempi di affiatarsi un po' e godetevi il risultato. I Cream come gli Heat di Lebron-Wade-Bosh hanno avuto lo stesso percorso, e i risultati sono stati fantastici in tutti e due i casi. Quattro dischi da una parte, quattro finali dall'altra. E un addio doloroso e non senza polemiche. Disraeli Gears con Lebron nel ruolo di Clapton, Wade in quello di Ginger Baker e Bosh a fare Jack Bruce. 

Orlando Magic - Black Sabbath

È comparso Ozzy e la musica non è stata più la stessa. È arrivato Shaq e la NBA non è stata più la stessa. Poi se ne sono andati ed è calato il buio. Poi è arrivato Ronnie James Dio e un po' di luce è tornata a brillare, anche se non come prima. Idem a Orlando con Howard. Poi se ne sono andati anche loro, ed è ritornato il buio. Ora i Black Sabbath sono tornati in formazione originale e l'ultimo lavoro non era poi così male. I Magic hanno messo in piedi una squadra che da qua a qualche anno farà drizzare più di qualche antenna. Stay tuned. Paranoid è quel che fa per voi. 

Washington Wizards – Nirvana


Prima si chiamavano Bullets, poi hanno avuto qualche problemino con le armi. Diciamo che il richiamo è troppo forte per non metterli insieme ai Nirvana, che pure loro con le armi non scherzava. E poi Arenas è stato il mio personalissimo Cobain. Mi ha fatto capire che un'altra pallacanestro era possibile. Ed entrambi sono durati troppo poco per poter arrivare a odiarli. In Utero, che doveva chiamarsi I Hate Myself and i Want To Die, sembra fatto apposta per entrambi.