“Remember when you were young, You
shone like the sun”
Qualche giorno fa le mie home page dei
vari social network si sono popolate di immagini, video e frasi di
auguri per un calciatore ritirato ormai da un più di un decennio. Ma
che ha smesso di dare al calcio da anche più tempo. Un calciatore
che ormai è più l'immagine riflessa di quel che è stato. Un
giocatore che è stato eletto a icona, senza aver mai dimostrato
appieno quello che poteva. Ma soprattutto mi ha fatto ripensare alla
mia gioventù, e per una volta quando si parla di questi esseri
mitologici posso dire con fierezza : “Io c'ero”. Io l'ho visto da
vicino, l'ho toccato, l'ho amato, ma forse non l'ho mai capito
veramente fino in fondo. A mia discolpa c'è da dire che ero un
bambino, e là si stava formando la mia passione per il calcio, di
cui lui è uno dei principali responsabili. Sarà per deformazione
professionale, ma tendo sempre a legare un evento o un personaggio a
una canzone, e quando penso a Paul Gascoigne quella che viene subito alla mente non può che essere Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che sembra esser scritta su di lui.
Nel
2015 si tende a ricordare Gazza
quasi esclusivamente per quello che ha combinato fuori dal campo, o
dopo la fine della sua carriera. Pochi ricordano il giocatore che
era. Che come detto magari non ha espresso tutto il suo potenziale,
ma che ha dato lampi di quel qualcosa che si è visto raramente su un
campo di calcio. Vero che fosse discontinuo, ancor più vero che
avesse un fisico di cristallo, ma quando la luce si accendeva
regalava gioielli di rara bellezza.
Era
la prima Lazio di Sergio Cragnotti, quell'uomo tanto controverso da
saper regalare grandi gioie e altrettanti dolori ai tifosi laziali.
Ma in quell'estate del 1992, al suo primo calciomercato decise di
fare le cose in grande e far cominciare a sognare i tifosi
biancocelesti. Nell'estate che portò in Italia gente come Savicevic,
Jugovic, Asprilla, Sammer, Effenberg, Papin e tanti altri, il
presidente della Lazio regalò giocatori che diventeranno simboli dei
successi laziali degli anni a seguire. Fuser, Winter, Favalli,
Signori. E la ciliegina sulla torta fu Paul
Gascoigne.
Che sarebbe dovuto arrivare l'anno prima, se però non si fosse
sbriciolato un ginocchio in FA Cup in una gara tra il suo Tottenham e il
Nottingham Forest. Si ritrovò a Roma allenato da Dino Zoff, uno
totalmente agli antipodi rispetto a quello che rappresentava il
talento inglese. Serio e metodico il primo quanto istrione e geniale
il secondo. E l'inizio non fu semplice. Praticamente girovagava per
il campo, accendendo la luce di rado, in evidente sovrappeso, e
qualcuno cominciava già a dubitare di lui. Ma se a Roma esiste un
modo per entrare per sempre nel cuore dei tifosi, è segnare in
Quella partita. Roma in vantaggio con Giannini e Gascoigne
totalmente
fuori dal gioco. Una delle singole prestazioni peggiori che io
ricordi. Poi all'89° minuto, punizione di Signori dalla destra, un balzo di
Gazza, palla
all'angolino e posto nel cuore dei laziali assicurato. Poi quella
corsa sotto la curva e quell'esultanza a petto in fuori a
rappresentare quello che era, sempre sfrontato a dispetto di tutto.
Ci
sono alcuni momenti quando ti stai formando come persona che ti
restano impresse per sempre. I miei mi raccontano che la prima volta
che mi portarono allo stadio avessi tre mesi, e che continuarono a
portarmi anche negli anni a venire. Io la prima partita che ricordo
aver visto dal vivo fu Lazio – Ancona, 16 Maggio 1993, terminata 5
a 0 per i biancocelesti (grazie Wikipedia per i dettagli). Una
classica partita tranquilla in cui un bambino può andare allo
stadio. E lui quel giorno la illuminò. Quando la palla passava tra i
suoi piedi non esisteva modo per cui i giocatori dell'Ancona
potessero fermarlo ( da notare tra i biancorossi un Detari da
hipsterismo totale). Il goal del 3 a 0 si può prendere a manifesto
del Gascoigne
calciatore. Presa palla a centrocampo, saltati quattro giocatori
dell'Ancona nel giro di quindici metri, e arrivato a tu per tu con il
portiere tocco per Riedle che a porta vuota segna il più facile dei
goal (cit. 90° minuto). Ricordo nitidamente il misto di eccitazione
ed incredulità che mi attraversava il corpo in quei momenti. Quelli
sono gli eventi che fanno crescere in te la passione per qualcosa.
Come la prima volta che ascolti un assolo di Hendrix, o quando per la
prima volta ti trovi davanti a un Van Gogh. Vedi ore e ore di
partite, la maggior parte di una noia mortale, ma poi arrivano quei
dieci secondi che ti riconciliano con tutto il tempo passato a
maledire le ore passate davanti ai vari Chievo-Cesena che il nostro
amato sport ci regala.
Paul Gascoigne
è stato a inizio anni '90 il prototipo di giocatore che avremmo poi
visto in grandi quantità negli anni a seguire. Univa una forza
fisica degna di un mediano, con la classe e il genio del ruolo di
trequartista, che sta purtroppo andando a scomparire. Non aveva un
fisico da atleta, ma quando si accendeva era imprendibile anche per
giocatori più in forma di lui. Era il tipico calciatore che quelli
bravi dicono di lasciati sciolti. Si trovava da solo la
posizione in campo, aveva una naturale predisposizione per questo
gioco che lo portava da solo a capire dove doveva giocare. Un intelligenza calcistica fuori dal comune. Chiuderlo
negli schemi lo avrebbe ucciso. Cosa che difatti accadde negli ultimi
tempi alla Lazio. L'arrivo di Zeman e del suo 433 lo esclusero dal
gioco, basato su un centrocampo muscolare con Di Matteo-Winter-Fuser
e un attacco a tratti irripetibile con Signori-Casiraghi-Rambaudi,
con Boksic pronto a entrare. Se ne andò quasi in silenzio da Roma,
ma quel posto nel cuore dei tifosi lo ha tutt'ora. Andò in Scozia,
ai Rangers, a vincere ancora e a regalare altri siparietti in campo.
Di quello che ha fatto fuori dal campo ne hanno parlato tutti e in
tutte le salse, quindi non ne parlerò.

Quando ormai era in un campionato “minore” come quello scozzese, e tutti erano convinti che la sua carriera aveva imboccato il viale del tramonto, ebbe il tempo di regalarci ancora un briciolo di splendore del suo talento. Gli europei del 1996 in terra d'Albione, nella sua terra, erano una possibilità troppo ghiotta per quel'Inghilterra che da trent'anni non aveva successi. E per tre settimane Gazza ricordò al mondo quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato del tutto. Sublimato con quel goal alla Scozia che è il ricordo più vivido della carriera di Paul. Taglio verso la porta, controllo di sinistro con pallonetto a scavalcare il difensore e tiro al volo alla destra del portiere. Ricordo il me dodicenne davanti alla tv, che riviveva quegli attimi vissuti durante quel Lazio-Ancona. Perché come diceva uno famoso, “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” (è deformazione professionale). E mi sembrò che il tempo si fosse fermato. Che gli infortuni non c'erano stati, che la luce era sempre stata accesa e che Gazza era il più forte di tutti. Poi però la realtà ti riporta con i piedi per terra. Ma tu sei sempre cosciente del fatto che quel diamante pazzo non smetterà mai di brillare.


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