domenica 5 ottobre 2014

NBA Power Ranking 2014 - Parte 3

Terza, e ultima, parte del Power Ranking di quest'anno. Qua la Prima e la Seconda parte Andiamo a vedere quelle che per me sono le prime della pista quest'anno. 

10 – Portland Trail Blazers

Questa deve essere la stagione della consacrazione definitiva per un roster di tutto rispetto. Aldridge ormai è uno dei migliori lunghi della lega e Lillard sembra non voler fermare la sua crescita. Mettiamoci che Stotts si sta rivelando una gran bella sorpresa in panchina, ecco fatto che Portland dovrà recitare un ruolo da protagonista a Ovest. E poi c'è Batum che fa la felicità di ogni appassionato di palla a spicchi, solo per questo meritano di essere seguiti.


9 – Phoenix Suns
Lo scorso anno avrebbero meritato di arrivare ai playoffs solo per come hanno affrontato una stagione in cui tutti li davano in lotteria. Dragic è ormai nell'èlite delle guardie NBA, il rinnovo di Bledsoe ricrea una delle coppie di esterni che più ha fatto divertire lo scorso anno. E poi una marea di giovani pronti a diventare protagonisti, dai fratelli Morris al rookie Ennis. E se Bledsoe non fosse ancora totalmente guarito si sono garantiti Isaiah Thomas che dopo la scorsa annata averlo dalla panchina è quasi un lusso.

8 – Miami Heat
Perdere il giocatore più forte al mondo e provare a restare competitivi. Hanno tenuto Bosh e Wade a cui hanno aggiunto Deng a riempire il vuoto lasciato da Lebron. Di certo risentiranno della perdita del prescelto, ma Spoelstra si è dimostrato più volte uno dei migliori coach in circolazione quindi il tracollo post-abbandono è da escludere. Personalmente sono curiosissimo di vedere in NBA Napier, rookie da Uconn che la scorsa stagione ha trascinato di peso la sua università al titolo NCAA.

7 – Houston Rockers
Il lavoro dietro la scrivania di Morey li porterebbe a stare nelle primissime posizioni. Purtroppo tutto il ben di Dio che hanno a disposizione è messo in mano a McHale, grandissimo da giocatore, pessimo da allenatore. Se Harden e Howard fossero indirizzati in un sistema strutturato potrebbero essere una macchina da guerra. Invece giocano a caso, ci si affida solo alle invenzioni del singolo e a gare di tiri da 3 in tutte le partite. Da vedere come reagiranno alla perdita di Parsons che si era dimostrato un ottimo collante nel roster, viene sostituito da Ariza che però non è nel contract year.

6 – Golden State Warriors
Io amo Steph Curry. E chi non lo ama? Direte voi. Aggiungeteci che lo scorso anno ho preso una sbandata per Draymond Green ecco che i Warriors per me non sono giudicabili da imparziale. Se evitano di tagliare Craft domani vado a comprare la canotta. Poi oltre le mie passioni che si sono raggruppate tutte insieme questi sono tra i più completi in circolazione. L'incognita è Kerr che debutta come allenatore. Se riesce a farli ingranare a dovere, Golden State sarà una delle prime forze a Ovest. Ah, hanno anche Livingston, quindi forza Warriors e a morte l'imparzialità.


5 – Chicago Bulls
Hanno inseguito Melo senza raggiungerlo. Serviva talento offensivo e si sono accaparrati Pau Gasol, Augustine, Brooks, Mirotic e McDermott al draft. Il problema è che da questi non se ne tira fuori un difensore decente. E Thibodeau se non difendi ti panchina, che tu sia un rookie o tu sia Gasol ( vedere Boozer). Hanno il miglior coach in circolazione ( Pop è già elevato a qualcosa di più di semplice allenatore) ma tutto gira intorno a due ginocchia. Se Rose torna quello che era. Tutto gira intorno a questa frase. Ai mondiali non ha destato una buona impressione ma c'è bisogno di tempo.  

4 – Los Angeles Clippers
Chris Paul. Non ci sono franchigie che dipendono così tanto da un singolo giocatore. E se i compagni lo seguono hanno da ben sperare. Passata la bufera Sterling che probabilmente lo scorso anno nei playoffs ha tolto forze mentali alla squadra, ripartono pronti a dare quell'assalto all'anello che CP3 meriterebbe. Doc Rivers è chiamato a trasformare Lob City in qualcosa di più e proseguire il lavoro iniziato lo scorso anno. Jordan è diventato un lungo rispettabile, Griffin non è più quello che “schiaccia e basta” e la presa di Farmar per far rifiatare qualche minuto Paul potrebbe essere importante. Poi se qualcuno mi spiega la riconferma di Turkoglu ne sarei grato.

3 – Cleveland Cavaliers
Il ritorno del figliol prodigo. L'arrivo del californiano che prende tutto quello che passa intorno ai tabelloni. E poi c'è Kyrie ( occhi a cuoricino ogni volta lo penso). Difensivamente sarà un gran bel rompicapo, ma la speranza è che Blatt inizi a predicare pallacanestro anche nel suo paese natale. Curioso di vedere Lebron con il fisico di quando era un rookie cosa possa combinare. Forse non vinceranno ma a Est è difficile trovare una squadra messa meglio di loro.



2 – Oklahoma City Thunder
Se restano sani ( Westbrook chi?) fino alla fine, come ogni anno sono in cima a tutte le classifiche di pre stagione. Quest'anno schierano una delle frontline più dure e cattive che si sono viste da anni a questa parte. E quando hai Durant sei per forza tra i favoriti a ogni cosa in cui partecipi. Peccato che in panchina hanno un coach non in grado di far fare un salto di qualità alla squadra.


1 – San Antonio Spurs
Campioni in carica, miglior gioco espresso da anni a questa parte, anche se forse l'ultimo ballo è stato già fatto. Restano comunque i favoriti d'obbligo avendo confermato in toto tutto il roster campione. Potrebbe però pesare l'anno in più sulle gambe dei Big 3 e forse la pancia piena.

sabato 4 ottobre 2014

NBA Power Ranking 2014 - Parte 2

Continuiamo con la seconda parte del Power Ranking NBA. La prima parte qui

20 - Indiana Pacers

Riusciranno Hibbert e West a tenere in piedi la baracca? Quella che fino a febbraio scorso sembrava essere una macchina da guerra, con qualche scelta scellerata ( Turner, Bynum, non rinnovo di Stephenson) è diventata una squadra alquanto normale. Con George fuori tutta la stagione sarà da capire che Pacers saranno, ma la tempra di Bird, Vogel e West in campo mi fa pensare che i playoffs li faranno comunque, soprattutto nel non competitivo Est.

19 – Atlanta Hawks
Vuoi o non vuoi gli Hawks sono sempre là. La squadra che da anni ha deciso che un primo turno di playoffs è meglio di scelte un po' più alte al draft. Ma passare il primo turno è da sempre un miraggio, anche se lo scorso anno non sono andati così lontani dall'impresa, contro dei Pacers ormai implosi. Il roster è praticamente lo stesso, se si esclude la buona presa di Bazemore. La speranza è che Holford resti sano per un anno intero. Primo turno e fuori.

18 – Denver Nuggets
Lo scorso anno speravo nello spettacolo che avrebbero potuto offrire McGee e Robinson. Più che altro fuori dal campo. Ma la sfortuna ci ha privato di Javale troppo presto. Con il rientro del centro, e si spera quello di Gallinari, l'obiettivo è l'ottavo posto a ovest che da anni è una battaglia durissima. Il ritorno di Afflalo può garantire difesa e tiro che lo scorso anni erano mancati. E si aspetta da Shaw che faccia vedere tutto quello che dicevano di lui da assistente.  

17 – Charlotte Hornets
Da barzelletta della NBA a realtà temibile a Est nel giro di un anno. Esegue Charlotte. Con il ritorno del nome Hornets si fa la gioia dei più nostalgici, ma c'è anche altro oltre il nome. Una squadra che ha fatto vedere notevoli progressi con Al Jefferson lo scorso anno, aggiunge ora Lance Stephenson che sulla carta è un upgrade notevole. Se poi mettiamo che Kemba è ormai una certezza e sperando che i progressi di Kidd-Gilchrist siano costanti, questa può essere davvero la sorpresa della stagione.

16 – Dallas Mavericks

Quanto si diverte Cuban a smontare la squadra ogni anno? Torna Chandler e prendono Felton, Jefferson ( sigh), Nelson e Villanueva. Se poi aggiungiamo la firma di Parsons in discoteca il quadro Cubaniano è completo. Carlisle dovrà inventarsi per l'ennesimo anno una formula nuova per far girare la squadra, ma quando hai un tedesco che è tra i primi 10 marcatori di sempre, può risultare un po' più semplice. E se Monta ripete la stagione scorsa...

15 – New Orleans Pelicans
Ancora non ho capito se Monty Williams è un buon coach oppure no. Questo potrebbe essere l'anno giusto per capirlo. Ha a disposizione un quintetto di tutto rispetto ma manca qualcosa dal pino. E poi il monociglio è ormai pronto per dominare il mondo. Se tutto gira a dovere possono essere la grande sorpresa a Ovest.

14 – Brooklyn Nets
Perso Pierce, rientra Lopez. Ma il vero miglioramento lo hanno fatto in panchina. Hollins trova una squadra che per caratteristiche non si discosta molto da quei Grizzlies che ha portato a un passo dalle Finals. Vedendo l'età media dei Big dovrebbe essere l'ultimo giro per KG e uno degli ultimi per quel contratto chiamato Joe Johnson. Playoffs facili a est poi si vedrà.

13 – Memphis Grizzlies
Altra squadra che per caratteristiche è destinata a rompere le scatole a tutti. Anche se la dirigenza ha provato a smontare tutto, la squadra non c'è stata e ha risposto con un'altra ottima stagione. Aggiungono Carter e Beasley ( Ahia) ma manca ancora qualcosa in tiro da fuori. Se Conley e Gasol mantengono il loro livello dovrebbe essere un'altra buona stagione. 

12 – Toronto Raptors
Io amo Masai Ujiri. Un anno fa ha preso una pacco di contratti pessimi e li ha trasformati in una delle migliori squadre a est. Lowry è tornato a comandare il gioco, DeRozan è diventato un giocatore affidabile e sotto i ferri Valanciunas è pronto a diventare una certezza. La curiosità è tutta per Caboclo, la scelta al draft che ha fatto saltare tutti dalla sedia visto che oltre Ujiri lo conoscevano forse solo i parenti stretti.

11 – Washington Wizards
Wittman lo scorso anno mi ha zittito riuscendo a portare Washington a essere una squadra decente. E con l'aggiunta di Pierce a portare leadership i tifosi della capitale possono sognare pure qualcosa di grosso. Wall ormai è un All-Star, Beal lo sarà a breve, Nenè e Gortat sotto fanno il loro dovere. Si giocheranno con i Raptors il ruolo di outsider a Est.  

venerdì 3 ottobre 2014

NBA Power Ranking 2014 - Parte 1

Tra ventiquattro ore scatta la preseason NBA. Il periodo d'astinenza a cui ogni anno sono costretto sta per terminare. Allora perché non provare a stilare il mio Power Ranking di inizio stagione? Non avendolo mai fatto seriamente pensavo fosse semplice, poi ho iniziato a spostare squadre su e giù. Questa è la prima parte sempre pronto a essere smentito quando la prima palla a due si alzerà.

30 – Philadelphia 76ers
Perdere e perderemo. Il mantra di Borlottiana memoria deve essere un ossessione in quel della città dell'amor fraterno. Squadra smobilitata, giocatori NBA da poter definire tali ben pochi, più che altro un accozzaglia di giocatori che devono evitare di battere il record di sconfitte in stagione. Però il futuro non è così nero con un Carter-Williams rookie dell'anno che deve dissipare i dubbi che pendono ancora sulla sua testa, un Noel in rampa di lancio dopo l'annata ai box e un Embiid attivissimo sui social che vedrà la stagione da casa.

29 – Utah Jazz
Dante Exum. Nome che ha fatto già girare qualche testa e che per gentile concessione dei
Magic arriva nella terra dei Mormoni. Ma è un progetto a lunga scadenza. E nell'attesa che uno tra Gobert, Favors o Kanter si decida a esplodere come lungo dominante, in riva al lago salato si prospetta un'altra stagione da lotteria. Questa volta però in mano a uno dei più quotati debuttanti in panchina, quel Quin Snyder che ha avuto modo di imparare da gente come Messina e Coack K.

28 – Milwaukee Bucks
Quest'anno li vedrò come mai in passato. Giannis, Parker, Sanders e Henson promettono dominio in ala e centro per anni a venire. Sempre che Sanders metta a posto la testa e che Parker mantenga tutte le promesse che si porta dietro. Se ci si volta e si guardano gli esterni arriva la tragedia. Bisognerà vedere se Mayo, Knight e Bayless la palla ai lunghi la faranno arrivare. Altra stagione di sconfitte ma con un futuro non così brutto.

27 – Boston Celtics
Con la marea di scelte in arrivo ( gentile omaggio dei Nets), non si può non tirare a far schifo. Se ci si aggiunge un Rondo con le valigie pronte ormai da anni, un roster che comprende Joel Anthony e Evan Turner, l'unico motivo per sorridere lo potrebbe dare Marcus Smart, altro talento cristallino uscito dall'ultimo draft. Si prospettano altri anni di magra per i tifosi biancoverdi.

26 – Minnesota Timberwolves

Cedere la tua stella e ritrovarti con le ultime due prime scelte assolute a roster non è una cosa poi così brutta. Sicuramente sarà una delle squadre che farà divertire con l'atletismo di LaVine e Wiggins, lanciati in aria di Rubio. Bennett che in Summer League ha fatto vedere buoni progressi, Dieng pronto a confermarsi dopo il finale della scorsa stagione e qualche veterano solido. Il problema principale è la panchina, su cui Flip Saunders si è autoscelto come coach. E le sue scelte spesso stravaganti fanno scendere la valutazione dei T-wolves. Che forse potrebbero pure non fare così schifo come li ho piazzati.

25 – Los Angeles Lakers
Kobe-ball tutto l'anno. Sarà questa la stagione dei gialloviola. Con l'unico obiettivo di arrivare in top 5 e non cedere così la loro prima scelta al draft ai Suns. L'aggiunta di Boozer a sostituire Gasol ha fatto venire l'orticaria a più di qualche tifoso angelino, ma c'è un Randle pronto a rubare posto e minuti all'ex Bulls. Le aggiunte a roster di Lin e Ed Davis non sono così male, ma le mie aspettative sono tutte per Young, avere uno Smush Parker 2.0 mi farebbe divertire non poco.

24 – Sacramento Kings
Qui si paga la totale mancanza di neuroni. Le stelle della squadra Gay e Cousins ne sono quasi totalmente privi. Anche se gli ultimi mesi dello scorso anno avevano fatto intuire che indirizzando a dovere quel talento ( soprattutto quello di Boogie) si poteva fare anche bene. Perso Thomas finito ai Suns lo hanno rimpiazzato con Collison, un altro che non ha mai brillato per il suo QI. A Est avrebbero lottato per un posto ai Playoffs, a Ovest si prospetta un'altra stagione che finisce a inizio aprile.

23 – Orlando Magic
La ricostruzione sul modello Spurs sta procedendo a dovere. Squadra giovane, atletica, che difende. Ma non si sa chi segna. E la scelta di passare Exum per prendere Gordon ancora non l'ho pienamente compresa. Ma gente come Oladipo, Harkless, Harris e lo stesso Gordon fanno sperare in ottime annate a venire. Faranno meno schifo degli anni passati.

22 – Detroit Pistons
Dopo Cheeks chiunque si fosse seduto sulla panchina di Detroit sarebbe stato un upgrade pazzesco. Se poi si prende un coach come Van Gundy il salto di qualità è assicurato ( ammetto il mio debole per il buon Stan). Passa tutto dalle mani, e dalla testa, di Drummond. Se decide che è ora di cominciare a dominare la stagione dei Pistons potrebbe pure orientarsi verso uno degli ultimi seed a est. Una richiesta personale da un romano che lo ha visto giocare per anni. Liberate Gigi.

21 – New York Knicks

 Perché decido di tifare sempre per certe squadre? Phil da presidente sarà più di un semplice dirigente, e la scelta di prendere Fisher lo dimostra ( l'alternativa Kerr sarebbe stato uguale). Si è rinnovato Melo a cifre enormi, ora sta a lui dimostrare di essere in grado di giocare in un sistema. Ma lo spazio di manovra per fare la squadra era poco, e resterà tale fino a che a libro paga ci saranno JR, Bargnani e Stoudemire. Fortunatamente quel giorno è vicino.

Domani la seconda parte...

domenica 13 luglio 2014

Il meglio e il peggio di Brasile 2014

Il Mondiale brasiliano ormai giunto a conclusione ci ha regalato come sempre un mese di partite e di storie di cui parlare. Spesso in positivo, a volte in negativo, ma comunque tutte interessanti.
Come ogni quattro anni ho cercato di vedere tutte le partite ( Quest'anno ne ho perse tre) e come ogni edizione mi trovo a ripensare a cosa ci ha offerto la competizione calcistica più importante.
Ecco cosa è uscito fuori da questo Brasile 2014.


Meglio

  • Le Cenerentole
Costa Rica, Algeria, Grecia. Organizzate, concrete e insuperabili. Quelle che dovevano
essere le Cenerentole del Mondiale si sono trasformate quasi in principesse, arrivando così avanti come nessuno si aspettava. La Costa Rica ha dominato il suo girone mandando a casa vecchie glorie come Italia e Inghilterra, poi rigori contro la Grecia e nei quarti l'Olanda se l'è vista brutta salvandosi con una magia di Van Gaal ( Krul chi?).
L'Algeria ha mandato a casa la Russia di Capello e ha fatto patire le pene dell'inferno negli ottavi alla Germania, mentre la Grecia ha regalato l'emozione più grande dei gironi con il rigore per il passaggio del turno al 93° contro la Costa D'Avorio.
Che non potessero vincere il Mondiale lo si sapeva, ma per chi guarda allo sport dal lato dei perdenti, vederli andare così avanti è stata una gioia.

  • James Rodriguez

Chi lo ha etichettato come la sorpresa del Mondiale ha totalmente ragione. Chi lo definito come uno sconosciuto o come un carneade non segue il calcio. Lasciando stare l'impresa di portare al titolo argentino il Banfield, con il Porto e con il Monaco in Europa lo si dovrebbe conoscere bene. Questo Mondiale è stata solo la consacrazione di un talento purissimo che è esploso in tutta la sua grandezza. Ci ha regalato due gol meravigliosi ( Giappone e Uruguay) e il tributo di tutto lo stadio di Fortaleza dopo il quarto di finale contro il Brasile. Ora sembra destinato al Real Madrid e il Bernabeu non può che essere il palcoscenico perfetto per un talento del genere.


  • La Tecnologia

Alla fine la FIFA si è arresa. Il calcio era rimasto l'unico sport in cui si era ancora succubi dell'errore umano. Un piccolo passo in avanti tra Goal Line e Spray per la barriera. Ora l'apertura alla moviola vera e propria in campo. Per chi come me ha visto decidere uno scudetto nel basket con la moviola, o vede il football americano che la moviola l'ha introdotta ormai da anni non può che essere un sollievo che anche il calcio si adegui. Ovvio che in futuro tutte le trasmissioni calcistiche del nostro paese dovranno iniziare a parlare di calcio e non di rigori, e non credo ne siano in grado.



Peggio

  • Europee decadute

Italia, Inghilterra, Portogallo, Spagna. Chi ha dato la colpa al clima, chi ha accusato tutto e tutti, chi apparte il proprio campione era effettivamente scarso, chi era giunto alla fine di un grandissimo ciclo. Fatto sta che le europee che sembrava dovessero essere protagoniste in Brasile si sono ritrovate a casa dopo tre partite.
La Spagna è sembrata veramente cotta, il Portogallo con un solo giocatore non poteva sperare di fare di più, l'Inghilterra è sembrata veramente scarsa e sull'Italia si potrebbe dibattere per ore, sia sulle partite sia sulla gestione del post Mondiale. E se la Spagna e l'Inghilterra hanno un futuro roseo vedendo i loro campionati, l'Italia rischia di sparire dalla mappa per diversi anni.

  • Brasile e i suoi tifosi

Non è tra il peggio per il 7 a 1 in semifinale, o meglio, non solo. Quel tracollo è figlio di un cammino pre Mondiale terribile. Si erano illusi durante la Confederation di essere i migliori, ma la scarsità della loro squadra è uscita fuori già dalle prime partite. E Neymar non è Ronaldo, Pelè, Zico o Romario capaci di portare in fondo da soli anche delle versioni del Brasile non entusiasmante.
E le prestazioni della nazionale sono figlie anche dell'atteggiamento dei tifosi brasiliani. Vero che i giocatori erano carichi di pressione, ma i tifosi della nazionale verdeoro hanno pianto dal primo giorno. Piangevano per le vittorie, piangevano per i pareggi, hanno pianto per le sconfitte. Un clima da psicodramma fin dal primo giorno, che alla fine si è concretizzato.

  • Le Africane

È da USA 94 che sento dire che il prossimo sarà il Mondiale delle africane. E se quattro anni fa una ai quarti ci arrivò, in Brasile il fallimento è stato totale. Due squadre su cinque agli ottavi, di cui l'Algeria che era tra la meno accreditata.
Il Ghana dopo una partita bellissima contro la Germania si è sciolto in un girone che a inizio Mondiale era dato per difficilissimo, ma vedendo che sono passati gli USA non era poi impossibile per il Brasile d'Africa. La Nigeria ha fatto il suo arrivando agli ottavi e uscendo contro la Francia.
Discorso diverso per il Camerun. Problemi sui premi in denaro prima di partire, Eto'o che da brava superstar ha fatto i capricci fin dal ritiro e una squadra che si è dimostrata la peggiore del torneo.

Le africane continuano a dimostrare tutte le loro contraddizioni, forti atleticamente e fisicamente, ma la tattica e la difesa non gli interessano. Continuando di questo passo non arriverà mai il momento di un'africana campione del Mondo.

venerdì 20 giugno 2014

Il Mio Primo Quintetto NBA

La prima volta che ho visto una palla arancione con venature nere avevo 9 anni. Parliamo di due decenni fa. Dopo anni di nuoto mi ero stancato di fare avanti e indietro in una vasca piena d'acqua e avevo chiesto a mamma di fare qualcosa di diverso. Le sue obiezioni erano relative al fatto che il nuoto mi faceva bene, ma io mi ero stufato. Iniziò il classico giro delle sette chiese per trovare lo sport adatto. Ne provai un paio che sinceramente ho rimosso, poi un giorno andammo in una palestra vicino casa per fare la prova per la pallavolo. Ma si arrivò tardi e la pallavolo stava finendo, subito dopo iniziava l'allenamento di mini basket e provai quello. Ecco se il famoso colpo di fulmine esiste, io lo provai in quel momento. Io e la palla a spicchi ci siamo incontrati quel giorno e ci dobbiamo ancora lasciare.
Mai stato un giocatore eccelso, un mestierante più che altro, di quelli che si sbattono e se riescono a chiudere il referto con 2 punti è già una soddisfazione. La stazza mi portò molto lontano dal ferro e il mio allenatore era uno della vecchia scuola, di quelli che il playmaker deve far girare la squadra e il canestro non lo deve neanche guardare. Uniteci una passione smodata per tale John Stockton e capirete che il mettere punti a referto non è mai stato il mio forte.
All'epoca la tv satellitare era una chimera per molti di noi, quindi per vedere la NBA bisognava adattarsi o immaginarla il più delle volte. Ma nel 1995 mio padre decise di mettere Tele+ per vedere il posticipo serale, si perché all'epoca era solo uno la domenica sera e basta. Questa innovazione in casa mi portò a scoprire il Football Americano e mi concesse la visione delle partite NBA. Tante volte è questione di fortuna nella vita, fatto sta che la prima partita che ricordo di aver visto è stata Charlotte Hornets – Chicago Bulls. Si, era la stagione delle 72 vittorie e Si, io vidi una delle dieci sconfitte. L'immagine nitida che ricordo è di un Michael Jordan che esce dal campo furibondo, nonostante si fosse a fine regular season e con il primo seed già in tasca. Ah e per la prima volta ho sentito una telecronaca di Buffa-Tranquillo, di cui all'epoca non capii molto, ma avevo pur sempre dieci anni, però anni dopo intuii la fortuna che ebbi. Da quel giorno la mia concentrazione si spostò dal basket nostrano ( fino ad allora molto più fruibile ) a quello d'oltreoceano, e di conseguenza i giocatori di cui innamorarmi erano diventati dei pezzi d'ebano che facevano cose che qua da noi si pensavano e basta. E come spesso mi accade ho finito per perdere la testa per la gente sbagliata. Talento a volte irreale ma quasi mai accompagnato da una testa normale. Perché dai diciamolo, belli i Jordan, i Kobe, i Lebron o chi volete voi, ma a me alla lunga annoiano nella loro perfezione.
So che non ne sente il bisogno nessuno ma ho provato a stilare il mio quintetto ideale di quelli che mi hanno fatto perdere il senno.

PGAllen Iverson

Qua credo ci sia poco da dire. Lo conosciamo tutti e la sua vita e carriera è stata ribaltata come un calzino in lavatrice. Arresti, crossover, problemi col gioco e con l'alcool, We Talking about practice. Mi piace ricordare due numeri : 183 e 77. Centimetri e chilogrammi. E nel basket di fine anni '90-inizio 2000 non sono dati che dovrebbero rappresentare uno dei migliori di sempre. Perché di questo si tratta. Un titolo di MVP, due volte MVP dell'AllStar, Rookie dell'anno, quattro volte miglior marcatore. E un titolo NBA sfiorato ma mai raccolto. E un paio di istantanee che sono di diritto nella storia del gioco.
A quel crossover hanno abboccato praticamente tutti i suoi avversari, ma quando un cambio difensivo lo porta in punta marcato da Sua Maestà MJ nessuno lo avrebbe aspettato. Prima si va in mezzo alle gambe, finta di partenza a sinistra e subito a destra. E MJ piantato al terreno. Arresto, tiro, due punti. Infatuazione.
La seconda neanche la racconto, basta il video :


In quel momento era onnipotente. Da infatuazione a amore.


SG – Latrell Sprewell

La mia prima visita al NBA Store sulla 5° strada è datata 2001. Con I primi cento dollari spesi là dentro mi regalai due maglie. Una col numero 3 di Philadelphia ( vedi sopra ) e una dei New York Knicks col numero col numero 8. Un paio di anni prima presi la decisione ( finora funesta ) di tifare per i Knickerbockers e la colpa fu tutta di quel numero 8.
Sprewell era appena arrivato dai Golden State Warriors dove aveva provato a uccidere il suo coach Carlesimo. Che conoscendo poi il personaggio Carlesimo non mi risulta neanche difficile pensare che qualcuno dei suoi giocatori avesse pensato di toglierlo dal mondo. Fatto sta che i deviati mentali mi hanno sempre attirato per qualche strana ragione, fu così che Latrell mi balzò all'occhio. E quello che vidi fu fantastico. Un difensore divino con le movenze di un felino. Metteva in campo tutto e arrivava anche dove giocatori più forti di lui non osavano. E non mollò neanche quando le Finals del 1999 erano ormai già vinte da San Antonio.
Ma purtroppo la testa era quella che era e pure a NY finì male, così come poi a Minnesota dove anche là insieme a Garnett aveva portato una storica cenerentola alle finali di conference. Ma la testa non la cambi e a 35 anni rifiutò 21 milioni di dollari per tre anni perché la riteneva un'offerta troppo bassa e lui aveva una famiglia da sfamare...Come si può non amarlo?

SF – Tracy McGrady

L'uomo dei “se”. Se avesse avuto più voglia, se la schiena fosse stata quella di un normale atleta, se i compagni fossero stati all'altezza. A livello di puro talento uno dei primi di sempre. A livello fisico uno degli ultimi. Vederlo sdraiato a bordo campo con il ghiaccio sulla schiena ogni volte che veniva richiamato in panchina era sempre una pugnalata al cuore. È stato bene forse per meno di due stagioni ma ha mostrato cose incredibili. A livello di facilità nel realizzare è l'anello mancante tra Jordan e Durant. Ma anche uno dei più grandi perdenti di sempre. Per riuscire a passare un primo turno di playoffs è dovuto andare a sventolare gli asciugamani a San Antonio quando era ormai un ex giocatore.
Se la schiena lo avesse tenuto in piedi per qualche anno staremo parlando di uno dei primi della lista, e quella coppia con Yao Ming avrebbe avuto qualche chance di portare a casa dell'argenteria. Però oh, quando un altro farà 13 punti in meno di 35 secondi fatemi un fischio che io ancora lo devo trovare. Fidanzata sbagliata ( Buffa Docet ).



PF – Tim Duncan

Si è capito che ho una predilezione particolare per quelli fuori di testa, ma ogni tanto mi innamoro anche di qualcuno normale. E innamorarsi cestisticamente di Duncan è abbastanza semplice. Fresco di quinto anello messo alle dita, e vicino alla fine della carriera, non si può non omaggiare colui che è più comodo definire come la più grande Ala Forte del gioco.
Perché di grandissimi ce ne sono stati in quel ruolo ( Malone, Barkley e Rodman per pescare solo negli ultimi vent'anni ) ma nessuno ha fatto sembrare cose immense come se fossero le più semplici del mondo. Tutti convinti che aveva vinto i titoli perché c'era Robinson? Lui risponde con una quasi quadrupla doppia in finale. Tutti a dirgli che era finito data l'età? La risposta sono state le ultime due stagioni in cui ha giocato meglio di quando aveva sei-sette anni meno.
Ma la cosa che mi ha sempre fatto impazzire è la sua impassibilità. Qualsiasi cosa succeda in campo lui sembra sempre esserne estraneo. Che sia una tripla di Fisher con quattro decimi sul cronometro in una finale di Conference, o che la tripla la mette lui sulla sirena del supplementare con Phoenix, è la stessa cosa. Sempre la stessa faccia, sempre le stesse reazioni. È per questo che una lacrimuccia mi è scesa quando durante le scorse finali, negli ultimi secondi di gara 7, l'ho visto disperarsi per un canestro sbagliato, che in carriera ha sempre messo a occhi chiusi. Lo ha reso umano, e l'umanità è sempre apprezzata da questa parti. Divino.


C – Vlade Divac

Marlboro Man. Già dal soprannome merita stima infinita. Non lo ricordo ai Lakers, ne ho una vaga rimembranza a Charlotte, ma quello di Sacramento non me lo toglie dalla mente nessuno. Da quello che ho visto e letto poi, il Divac che ricordo io è stato forse non il migliore della carriera, ma per me resta un poeta del gioco. Il miglior gioco di squadra che la mia mente ricordi ( insieme ai Suns di D'Antoni ) guidata magnificamente da un playmaker di 216 cm, mascherato da Centro, che predicava dal post basso.
Nella mia visione della pallacanestro il centro perfetto è uno tra lui e Sabonis, gente che con qualche centimetro in meno avrebbe potuto fare la guardia con le mani che aveva. Ti uccideva spalle a canestro, ma sempre col sorriso. E se non bastassero le emozioni che mi ha regalato in campo, qualche anno fa ci ha regalato uno dei documentari più belli sulla pallacanestro mai realizzati. ( Once Brothers su Petrovic ).

venerdì 13 giugno 2014

I Nostri Giganti - Italia Mondiale

I Mondiali di calcio sono il coronamento di un'intera carriera. Ma non per forza vincerli, solo il giocarli per alcuni atleti è il punto più alto di una vita. È la sublimazione del proprio lavoro, delle proprie fatiche, di una vita dietro a un pallone.
Per noi italiani il Mondiale è quel mese ogni quattro anni in cui ci ricordiamo di amare la patria, o di odiarla più del solito. Quel periodo che parte da un paio di mesi prima in cui il nostro essere tutti allenatori esce fuori andando a criticare ogni singolo respiro del CT o dei giocatori. In cui per settimane si sente dire “Eh ma ha lasciato a casa questo e portato quell'altro”. E quel momento in cui, se le cose vanno bene, ritiriamo fuori dai cassetti tricolori ormai sbiaditi e che non ricordavamo neanche più di avere. Il Mondiale è quella cosa che se ne usciamo vittoriosi ci farà perdonare qualsiasi cosa ai giocatori che ci hanno portato al trionfo, anche i crimini più crudeli.
E il Mondiale di calcio regala spesso storie al limite tra realtà e fantasia, in quel mese ci offre campioni al massimo del loro splendore e illustri sconosciuti che diventano eroi di una nazione.
Ogni paese ha avuto i suoi eroi, e l'Italia con le sue diciassette partecipazioni non è da meno. Anzi avendo dei risultati di tutto rispetto ( 4 vittorie, 2 secondi posti, 1 terzo ) possiamo dire che per ogni edizione in cui abbiamo partecipato abbiamo un giocatore simbolo di quel Mondiale. Non andrò troppo indietro nel tempo, ma mi concentrerò su quelli che ricordo personalmente, quelli che mi hanno fatto gioire e disperare, ma che comunque hanno regalato emozioni.

Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro.”

Il primo ricordo che ho dei Mondiali di calcio è del 1990. Non capivo bene cosa succedesse ma ricordo tutta la famiglia riunita davanti alla tv, che urlava, inveiva e esultava. E ricordo un siciliano dagli occhi spiritati che era sempre inquadrato dalle telecamere della Rai. Ho scoperto solo in seguito chi fosse e la sua storia. Palermitano di nascita arrivava a quei Mondiali come sesta scelta nel ruolo di punta, con davanti gente del calibro di Mancini, Vialli, Serena e Carnevale. Nelle due stagioni precedenti tra Messina e Juventus aveva segnato 38 goal tra serie A e B. La stagione 89/90 con i bianconeri gli era valsa la convocazione in nazionale all'ultimo momento. E al debutto iridato contro l'Austria venne buttato in campo sullo 0 a 0 e dopo 4 minuti era già a esultare. Come si dice in questi casi Schillaci è stato il vero e proprio Uomo del Destino. In quel Mondiale qualsiasi cosa toccava si trasformava in goal. Sei in totale, segnò in tutte le partite dell'Italia, anche nella semifinale contro l'Argentina che ci vide sconfitti ai rigori. Capocannoniere del Mondiale, secondo nella classifica del pallone d'oro di quell'anno e tutta la nazione che lo amava. Considerando il fatto che all'epoca aveva 26 anni sembrava il trampolino per un finale di carriera fantastico. Le successive quattro stagioni tra Juventus e Inter segnarono un totale di 22 goal in campionato, una media di neanche sei l'anno. Praticamente la sua carriera di calciatore si concluse il 7 Lugio 1990 a Bari nella finale per il 3° posto contro l'Inghilterra, ma per noi italiani il nome di Schillaci è comunque ricordato insieme a quello dei più grandi della storia calcistica nostrana. Andò poi a trovare fortuna in Giappone, al Jubilo Iwata dove divenne una leggenda vivente come in Italia.

    Davanti a lui c'è il mondo e ha tutto per conquistarlo. A venticinque anni, è come un pozzo di petrolio, dal quale è stato estratto pochissimo greggio.” - Giovanni Trapattoni

A Italia 90 a suon di grandi prestazioni si guadagnò un posto da titolare accanto a Schillaci un giovane talento con il numero 15 sulle spalle. Aveva fatto parlare di se nel ritiro dell'Italia viste le proteste dei tifosi fiorentini per la sua cessione alla Juventus. Che fosse fortissimo lo si sapeva e lo si era già visto a Firenze, ma con il goal contro la Cecoslovacchia nel girone fece aprire gli occhi al mondo intero. Giannini serve palla a Baggio ( Non avevo ancora fatto il suo nome ma mi sembrava scontato ) che riceve sulla linea di centrocampo largo a sinistra, triangolo con Giannini e scatto verso l'area, evita il tackle di un difensore cecoslovacco, entra in area, frenata per mandare a vuoto un altro difensore e spiazza il portiere. Una delle tante magie regalateci da Roberto nella sua carriera. Ora serve una premessa. Pelè l'ho visto nei filmati d'archivio, idem per Cruijff. Maradona lo ricordo poco ma quel che ricordo io era del periodo in cui il meglio lo aveva già dato. Ecco se mi chiedete chi è il più forte che ho mai visto giocare la risposta è Roberto Baggio. Ma se a Italia 90 si fece conoscere al mondo, quattro anni dopo sarebbe stato il suo Mondiale.
Usa 94 è stato un Mondiale strano. È stato il Mondiale di Escobar e della sua triste fine, della triste fine di carriera di Maradona, delle prove tv, del caldo afoso, il Mondiale di un bambino di nove anni che non capiva perché mentre giocavano e da noi era notte là era giorno ( Non avevo ancora compreso benissimo il senso di fuso orario ). E doveva essere il Mondiale di Roberto Baggio. Arrivava a quel campionato con gli occhi del mondo addosso. Era il più forte di tutti, e tutti lo attendevano. Arrivava con il Pallone d'Oro e il Fifa World Player vinti nel dicembre precedente. Ma il Mondiale americano iniziò bene per noi e per Roberto. Le difficoltà nel gioco, la sostituzione contro la Norvegia dopo pochi minuti per l'espulsione di Pagliuca e il gesto a Sacchi a far intendere che fosse pazzo. Un goal di Massaro contro il Messico nell'ultima partita ci qualifica per gli ottavi come miglior terza. Ci tocca la Nigeria, una delle sorprese del torneo fino a quel punto. Siamo sotto, Zola viene espulso incomprensibilmente e ci avviamo a una mesta e meritata uscita dal torneo. Ma come dicevano in un famoso film il genio è fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. A due minuti dalla fine della partita un incursione a destra di Mussi che tocca all'indietro per Baggio che mette la palla a 2 cm dal palo. E nei supplementari su rigore ci regala la qualificazione. Nei quarti contro la Spagna e in semifinale contro la Bulgaria c'è un uomo solo al comando. Come un novello Paolo Rossi ci guida alla finale contro il Brasile. E tutti sappiamo come è finita. Il nostro eroe che ci aveva portato fin là, manda il rigore alto di pochi centimetri. Quel rigore non cambiò le cose, perché per vincere avrebbe dovuto sbagliare il rigore il Brasile, ma ai nostri occhi quel Mondiale fu perso per quel rigore.



E a pochi centimetri dal cielo ci porterà quattro anni dopo in Francia, quando nel quarto di finale contro i padroni di casa durante i tempi supplementari una sua fantastica volèe esce di un nulla alla destra di Barthez. Poteva diventare un'altra volta eroe in un Mondiale dove non doveva neanche esserci. Non ci ha portato al successo finale ma di sicuro negli ultimi venticinque anni è il giocatore che ci ha fatto sognare di più, oltre a essere il più forte.
Quattro anni dopo l'uomo del destino si chiamava Byron Moreno e preferisco soprassedere su quel Mondiale, vista la grama figura fatta anche al netto dell'arbitraggio. Si perché una delle nostre caratteristiche peculiari è di rendere sempre bene nelle manifestazioni importanti, ma
quando le toppiamo, il tonfo risuona per anni.

Un Eroe è colui che fa ciò che può. Gli altri non lo fanno” - Romain Rolland

Il 2006 inizia nel peggiore/migliore dei modi. Arriviamo in Germania con lo scandalo Calciopoli in corso, cosa che ci stava facendo deridere dal resto del Mondo. Cosa che come al solito creò un gruppo compatto e unito contro tutto e tutti, e forse ci fece sottovalutare dalle altre squadre. Quella era la nazionale di Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero e Toni ma le immagini più belle ce le hanno regalate altri uomini. Marco Materazzi veniva da diverse buone stagioni all'Inter ed era il terzo centrale dietro a Nesta e Cannavaro. Un buon mestierante, ruvido e senza fronzoli ( si dice così dei difensori che picchiano ), e pronto a stare in panchina dietro a due mostri sacri del ruolo. Ma l'infortunio di Nesta lo catapulta in campo da titolare. Un goal contro la Repubblica Ceca che ci spiana la strada verso la qualificazione, l'espulsione contestabile negli ottavi contro l'Australia che ci fa soffrire più del previsto, ma soprattutto il goal del pareggio in finale contro gli odiati Francesi. Ma è ricordato dal mondo intero per gli ultimi minuti di quella partita. In Francia c'è anche una statua che immortala l'evento. Siamo nei supplementari, calcio d'angolo per i francesi con la difesa italiana che spazza. La telecamera segue la palla ma poi torna indietro e c'è Materazzi a terra dolorante. Buffon e Cannavaro vanno dal guardalinee a protestare. Il replay ( che alcuni dicono sia stato d'aiuto al quarto uomo ) ci mostra il capitano francese Zinedine Zidane che colpisce con una testata in petto il difensore italiano. La fine di una carriera meravigliosa con un gesto non del tutto inaspettato per chi conosce il personaggio. E l'immagine di Zidane che esce passando accanto alla coppa è stata subito storica. Magari sarebbe finita nello stesso modo, ma mi piace pensare che è stato quello l'episodio che ha girato l'inerzia in nostro favore. 

Ma il vero Uomo del Destino di quel Mondiale è stato un altro, del tutto inatteso. Veniva dal Palermo e giocava terzino sinistro. Arrivò in Germania più che altro per mancanza di alternative nel suo ruolo. E non partì titolare. A destra c'era Zaccardo e a sinistra Zambrotta. Ma le prime partite di Zaccardo fecero si che Lippi spostò Zambrotta a destra e mise lui a sinistra. L'inizio di una favola. Negli ottavi contro l'Australia si procurò al 90° il rigore, molto dubbio, che Totti trasformò per portarci ai quarti. Ma il meglio doveva ancora venire. La semifinale contro la Germania in casa loro è una di quelle partite che non si scordano. Novanta minuti di tensione per un nulla di fatto. Nei supplementari partiamo forte e colpiamo due pali, uno con Gilardino e uno con Zambrotta. Sembrava che la sorte fosse dalla parte dei tedeschi. Al 118° Iaquinta libera Pirlo che da fuori area tira ma Lehmann manda in angolo. Del Piero dalla bandierina, ribatte la difesa tedesca, la palla finisce a Pirlo che trova lui in mezzo all'area, sinistro a girare sul palo lontano. Poi il buio. Per qualche secondo c'è un vuoto, poi gli occhi tornano sulla tv e c'è Fabio Grosso che corre per il campo scuotendo il capo. È quasi in lacrime. E lo eravamo tutti. L'illustre sconosciuto che manda fuori quelli che fino al giorno della partita insistevano con la storia della pizza e del mandolino. E già qui sarebbe una favola bellissima. Ma non contento Lippi decide di mettere la ciliegina sulla torta e in finale contro la Francia, giunti ai rigori, decide che è Grosso a battere l'ultimo rigore. Quella rincorsa sarà durata una vita, ma non scorderò mai lo sguardo di Grosso sul dischetto. Un abbozzo di sorriso, magari senza rendersene conto, a rivederlo sembrava che sapesse già come sarebbe finita...



Tra qualche giorno inizierà il Mondiale brasiliano. Nessuno punta un centesimo su di noi e forse è anche meglio così. Sono settimane che si leggono e si sentono critiche sulle convocazioni, su chi è rimasto a casa e su chi invece è tra i ventitré che vestiranno d'azzurro. Ma prima di criticare, aspettiamo. Che magari il nostro nuovo eroe è già là e aspetta solo il momento giusto per palesarsi. 

venerdì 6 giugno 2014

La Più Bella di Tutte - Italia Lituania 2004

Se mi chiedessero qual è il mio disco preferito potrei tirare fuori una lista di quindici-venti album per me imprescindibili. Se mi domandassero quale partita di calcio rivedrei senza annoiarmi alla morte, pure qua ci sarebbe da pensare un po'. Idem per tante altre cose, dal tennis ai film fino ai libri. Ma quando si parla di pallacanestro la risposta è chiara e nitida, di solito rispondo in massimo tre secondi: Italia – Lituania 2004, semifinale delle Olimpiadi.
Forse ci sono state partite più belle, più emozionanti, finali più tirati, giocate più spettacolari, ma nessuno toglierà mai dalla mia mente che quella è la partita più bella che io abbia mai visto.
E provo a spiegarvi il perché.

Perché là non dovevamo neanche esserci. Non perché non avessimo meritato di giocare quella semifinale, ma perché c'erano squadre molto più forti e importanti di noi che si pronosticava che arrivassero là. Furono una serie di combinazioni a portarci a quella partita. Una Serbia che fece la peggior figura della sua storia in una competizione importante, ma che comunque ci sconfisse nel girone, fece si che riuscimmo a portare a casa la qualificazione ai quarti ( comunque fattibile vista la presenza nel girone delle non irresistibili Nuova Zelanda e Cina, ma magari non come secondi nel girone ). La vittoria di un punto contro l'Argentina nell'ultima partita del girone che ci regalò un quarto abbordabile contro Porto Rico, in caso contrario avremmo beccato una sfida ben più complessa contro la Grecia. Diciamo che un po' ci aiutato la fortuna, cosa strana per la nostra nazionale. 

Perché non era la squadra migliore che abbiamo mai presentato. Basile, Galanda e Pozzecco erano i tre talenti di quella squadra. Il periodo dei Myers, Fučka, Riva, Meneghin era finito. Il tempo dei giocatori italiani in NBA ancora doveva arrivare. Eravamo un gruppo di buoni giocatori, ma che rispetto alle squadre che seguiranno, con il doppio del talento, erano dediti alla causa in modo totale. E Charlie Recalcati in panchina era riuscito a trasmettere a quella squadra una mentalità vincente, si difendeva su tutto e tutti, e la dimostrazione è che in questa olimpiade in alcune occasioni ho visto difendere Pozzecco. Ripeto, ho visto difendere Pozzecco, uno di quelli che sente mancare l'aria quando si deve abbassare sulle ginocchia.

Perché per una volta tutto il paese si era appassionato per quelli con la maglia azzurra e non erano quelli che prendevano a calci un pallone.

Perché eravamo la vittima sacrificale. Zakauskas, Macijauskas, Stombergas, Songaila, Lavrinovic e poi lui, uno che nella mia top three dei giocatori europei ci sta sempre, Jasinkevicius. Paragonandoli ai nostri prima della partita sembrava che dovesse essere un massacro. Arrivavano da un bronzo nelle Olimpiadi precedenti a Sydney e dall'oro europeo dell'anno prima in Svezia. È vero che noi vincemmo il bronzo in quell'europeo, ma la nostra fu un'impresa, il loro un dominio incontrastato. E probabilmente arrivarono a quella semifinale con la testa già alla finale contro gli USA ( sulla carta ). E noi dalla nostra avevamo solo due possibilità, il giocare senza pressioni perché il nostro lo avevamo già fatto e le motivazioni di dimostrare che non eravamo lì per caso.

Perché è una di quelle partite che non ti fa rilassare un attimo. Anche se l'hai vista circa quindici volte, ogni volta che la riguardi ti infervori come se fosse la prima. Un'altalena di emozioni ( quando si parla di partite storiche non si può non dirlo ) che ogni volta ti fa rodere il fegato, anche se io personalmente ho sempre preferito accanirmi sulle unghie. Parti male, la spacchi nel secondo quarto, a inizio quarto quarto cadi nello sconforto pensando di averla già persa e nel finale godi come poche altre volte è successo con la nazionale italiana di basket.

Perché le Olimpiadi sono sempre le Olimpiadi. Escluso quello sport in cui in ventidue corrono dietro a un pallone, per tutti gli altri sport le Olimpiadi sono l'espressione massima del proprio lavoro. E un trionfo o un'impresa nel palcoscenico che conta di più ha un valore doppio. Anche perché c'è tutto il mondo a guardarti. E quel trionfo verrà ricordato a lungo e da tutti.

Perché quella sera anche Franco Lauro sembrava capirne di basket.

Perché mettevamo triple anche “dalle fottute pareti”. A mia memoria un bombardamento come quello perpetuato dai nostri nei confronti della retina Lituana, lo ricordo pochissime volte. Per lunghi tratti della partita se avessimo tirato il cubo dei cambi avremmo segnato anche quello, ma solo da dietro l'arco. Per la mera cronaca chiudemmo con 18 su 28 da tre con un discreto 64%. Quando la riguardo mi aspetto da un momento all'altro che Recalcati metta una tripla cadendo all'indietro. Certo i puristi del gioco sono rimasti un po' schifati nel vederla, ma per un non iniziato del gioco come me vedere Basile che raccoglie una palla ormai persa da terra e da otto metri la mette senza sfiorare neanche il ferro è un emozione non da poco.



Perché l'ignoranza di Basile esplose in tutta la sua potenza.

Perché vedere la lucida follia del Poz è sempre un piacere. Prima dicevo che Jasinkevicius nella mia top three europea ci sta sempre, bene un altro di quei posti è occupato da lui ( vi chiudo il podio, il terzo è Bodiroga ). Mi innamorai follemente di lui qualche anno prima, quando con i capelli tinti di rosso fuoco andò a conquistare il titolo italiano con Varese con alcune giocate senza senso. La passione per i più deboli mi appartiene per indole, ma vedere un nano in mezzo ai giganti che domina per me non ha prezzo. E vederlo entrare in questa partita e spaccarla totalmente nel secondo quarto mi manda fuori di testa. Un paio di triple folli, di cui una pazzesca in transizione dopo rimbalzo in difesa e uomo lasciato sul posto a centrocampo. E poi ripeto un concetto. Ha difeso. Non sempre, non costantemente, ma un paio di giocate difensive come si deve le fece e per lui era già un lusso. E poi prese fallo in post contro Stombergas, uno che gli dava 25 cm e ancora oggi non si capacità di come abbia fatto, e anche il Poz se lo domanda.

Perché vedere Galanda dopo ogni tripla che urla come un indemoniato è una gioia.

Perché avendoci giocato ( male ) a questo bel giochino apprezzo i dettagli più piccoli.
E questa partita è piena di piccoli dettagli. I famosi intangibles che non vanno a referto ma che ti fanno vincere le partite. Marconato, Chiagic e Galanda con i loro blocchi e tocchi a rimbalzo, Bulleri e Soragna con la loro difesa, ma anche Mian, Garri e Rombaldoni con la loro invasione di campo a ogni tripla segnata e con lo sventolio di asciugamani. Tutti hanno dato il loro, nessuno ha risparmiato nulla. Dodici uomini uniti per un unico obiettivo e che stanno in campo come un'unica entità.

E se ( anzi sicuramente ) non fossi stato convincente, potete rivederla :


PS : Il commento è una delle cose più imbarazzanti della storia sportiva italiana, ma basta togliere l'audio e il problema è superato.


domenica 1 giugno 2014

La Classe Operaia Va In Paradiso - Diego Pablo Simeone

La pressione la sente l'operaio che la sera non riesce a dar da mangiare ai propri figli, noi abbiamo un posto di lavoro saldo e siamo dei privilegiati ”

La domanda era di un giornalista in conferenza stampa, il giorno prima della finale di Champions di quest'anno.
Una risposta di facciata, anche paracula forse. Ma se si conosce il personaggio si sa che erano parole sentite. Perché lui operaio lo è stato per una vita, anche se soltanto in campo, ma sempre di operaio si è trattato. Lui è Diego Pablo Simeone detto anche El Cholo. Non fraintendetemi, lo so cosa significa lavorare tutto il giorno rispetto a fare il calciatore, però Simeone è stato un operaio del pallone. Poca classe, poca tecnica, piedi discreti ma tanto cuore, tanto coraggio e soprattutto tanta corsa.
Si perché non era un giocatore di talento, uno di quelli che rubano l'occhio per le giocate spettacolari. Non era Zidane o Baggio, per restare nella stessa epoca. Ma era uno di quei giocatori che ovunque è stato viene ricordato con lo stesso amore con cui si ricordano i fuoriclasse. C'è chi ti conquista con la giocata funambolica e chi lo fa con lo stare novanta e più minuti a mordere le caviglie degli avversari, e sinceramente sono questi i giocatori che preferisco.
Anche il soprannome che gli è stato affibbiato, quando era un giovane promettente in Argentina, fu il più azzeccato. El Cholo é l'abbreviazione di un termine azteco che indica un tipo di mastino, uno di quelli che quando ti prende non ti molla, praticamente la descrizione perfetta del Simeone calciatore. Un mediano, un incontrista, chiamatelo come preferite ma il suo unico scopo era rompere il gioco dell'avversario e rubare palloni. Era il classico giocatore che rompeva i coglioni. Il classico operaio del pallone che però ha avuto la possibilità di andare in paradiso, da protagonista, toccandolo con un dito una volta e arrivato davanti alla porta in un'altra. Sono le stagioni 99/00 e 2013/14 però andiamo con ordine.
Dopo gli inizi in Argentina nel Velez, lo portò in Italia Romeo Anconetani, personaggio che meriterebbe dei libri per raccontarlo, ma non ebbe il successo sperato. Così si andò in Spagna, Siviglia per due anni poi l'approdo all'Atletico Madrid. Ed è in Spagna che si inizia a notare una sua caratteristica peculiare, perché è vero che era un medianaccio che rompeva il gioco ma aveva anche uno spiccato senso del gol. Quasi tutti di testa, quasi tutti da calcio piazzato. Non è alto, un metro e settantasette, ma la testa non la usava solo per impattare il pallone, la usava anche per arrivare prima degli altri. Un senso dell'inserimento visto poche altre volte in un giocatore delle sue caratteristiche. E quei goal valgono il raggiungimento di uno dei punti più alti della sua carriera. Nel 95/96 lui con il suo Atletico vanno a rompere il dominio incontrastato di Real e Barcelona e si portarono a casa La Liga. E anche la Coppa Del Re. E furuno dodici le sue reti in quel campionato, una storia che poi si ripeterà.
Ma il suo carattere difficilmente lo riesce a tenere fermo in un posto, come detto è un giocatore tutto cuore e tante volte questa passione lo porta a perdere la testa. L'Atletico lo cede all'Inter per tredici miliardi di lire. Con l'Inter arriva il primo titolo europeo per Simeone, la Coppa Uefa in finale contro la Lazio, un 3 a 0 sigillato da un goal di Ronaldo che ancora tutti ricordano.

Durante la sua permanenza sotto la Madonnina ha la sua seconda occasione al Mondiale. Nel 1994 negli USA la sua avventura e quella della nazionale Albiceleste si fermò agli ottavi contro una sorprendente Romania guidata da George Hagi. Ma quello fu il mondiale di Maradona, della nuova positività ai controlli antidoping e di una squadra promettente ma che perdeva il proprio leader. Nel 1998 quei giovani erano cresciuti e El Cholo era il capitano di quella squadra. L'Argentina di diritto a ogni inizio di mondiale rientra tra le favorite ed era così anche in Francia. Una delle partite più belle di quel campionato la offrirono proprio l'Argentina e l'Inghilterra negli ottavi di finale, partita che i sudamericani portarono a casa dopo i calci di rigori, ma che tutti ricordano per l'espulsione del giocatore simbolo degli Albionici, quel David Beckham caduto ingenuamente nelle provocazioni di Simeone. La corsa di quell'Argentina si fermò nei quarti, con un capolavoro di Dennis Bergkamp al 90°. Una delusione enorme per tutta la nazione, specialmente per il loro capitano.
Anche all'Inter non riesce a fermarsi, e dopo un altra stagione deve partire di nuovo, anche se i tifosi nerazzurri lo ricordano ancora con passione.Leggenda vuole che furono i rapporti non idilliaci con Ronaldo a farlo andar via da Milano. Quell'estate il presidente Moratti sborsò novanta miliardi per portarsi a casa Bobo Vieri dalla Lazio di cui una parte, ventuno per la precisione, furono scalati inserendo Simeone nella trattativa.
A Roma si svolge la parte più significativa della sua carriera da calciatore, anche se all'inizio nessuno lo avrebbe pensato. Arrivato a Roma si ritrova in una delle squadre più forti che si potevano trovare all'epoca. Marchegiani, Nesta, Mihajlovic, Nedved, Stankovic, Salas, Mancini erano solo alcuni dei compagni che si ritrova nello spogliatoio. Ma ci sono anche amici e connazionali come Sensini, Veron e Almeyda che insieme al Cholo saranno fondamentali per quella squadra. La stagione 99/00 si apre con la vittoria della Supercoppa Europea contro il Manchester United a Montecarlo. Un goal di Salas fece vincere alla Lazio il secondo titolo europeo della sua storia ( dopo la Coppa Delle Coppe della stagione precedente ), ma quella partita vede Simeone partire dalla panchina e entrare al 66' al posto di Nedved per difendere il risultato contro un Manchester non in serata, ma pericoloso solo leggendo la formazione. E il non essere titolare si riverificò per quasi tutta la prima parte della stagione. La squadra disegnata da mister Eriksson vedeva in mezzo al campo la coppia Veron-Almeyda che non lasciava molto spazio agli altri.
A inizio campionato la Lazio vola, l'obiettivo è lo scudetto sfuggito all'ultima giornata la stagione precedente, e si punta a fare bene anche in Champions League. Ma per Simeone lo spazio è sempre poco. Trova più posto in Coppa Campioni dove mister Eriksson lascia spazio a qualche giocatore che gioca meno. Ed è qui che Simeone comincia a guadagnarsi lo spazio che merita, a suon di prestazioni di sostanza, come sempre poco spettacolari ma a quello c'erano altri giocatori a pensarci. Il cambio di direzione della stagione del Cholo si ha intorno a gennaio. Al rientro dalla pausa natalizia la Lazio trova qualche difficoltà a ritrovare il passo di inizio stagione, perdendo a Venezia e pareggiando con Reggina e Cagliari nelle giornate successive, risultati che costarono il sorpasso in testa alla classifica in favore della Juventus. E qua arriva la svolta. Eriksson decide di mettere mano alla squadra, mettendo in campo un 4-5-1, con Veron, Nedved e Conceicao alle spalle di Simone Inzaghi, e Almeyda e Simeone a coprire le spalle ai quattro davanti. A vederlo oggi si parlerebbe di 4-2-3-1 che ora va tanto di moda, ma all'epoca le linee erano ancora tre, quindi passava per un modulo difensivista...
Ma più che il cambio di modulo fu l'inserimento in squadra di Simeone a dare una scossa a quella squadra. A forza di prestazioni intense riuscì a spingere la i suoi compagni a riprendere il ritmo che sembravano aver perso a fine dicembre. Quella Lazio era una squadra piena di leader e di personalità forti. Anche troppo visto che gli allenamenti assomigliavano spesso a delle partite vere. Al punto che in uno di questi allenamenti si passo direttamente alle mani, con Couto e Simeone al centro del quadrato. Chi ebbe la meglio non si sa, si sa solo che nessuno voleva perdere in quella squadra. 
Mancini, Mihajlovic, Couto, Veron ma tra tutti fu la personalità del Cholo a prendere il sopravvento e a guidare i compagni. E la dimostrazione la diede nel finale di campionato. Alcuni punti persi per strada portarono la Lazio ad arrivare al 1 Aprile, allo scontro diretto contro la capolista Juventus sotto di sei punti. La partita è tesa, entrambe le squadre hanno paura di perdere. Sanno che una sconfitta sarebbe tremenda visto che alla fine del campionato mancano solo sei giornate. Ci sono partite che vincono i campioni e altre partite che le vincono gli uomini, in questo caso serviva un vero uomo per sbloccare la situazione. Al 20' del secondo tempo l'arbitro Farina espelle Ferrara per doppia ammonizione. Il gioco riparte, la palla arriva sulla destra a Veron che alza lo sguardo verso l'area e vede arrivare un centrocampista in area, cross perfetto e Simeone di testa ad anticipare i difensori mette la palla alla destra di Van Der Sar.



Lazio a tre punti dalla Juventus e campionato riaperto. L'immagine del Cholo sotto il settore dei tifosi laziali che fa il tre  con la mano è ancora incisa nella memoria  di tutti i tifosi della Lazio. Nelle ultime  quattro di campionato la Lazio completerà la  rimonta e arriverà a vincere il secondo titolo  della sua storia. Non mi soffermerò  sull'ultima giornata di quel campionato, su  quel Perugia-Juventus che fa ancora  discutere dopo quasi quindici anni. Ma in  quelle ultime quattro partite Simeone mise il  sigillo su tutte e quattro, sempre di testa,  facendo infuocare sempre di più i tifosi della  Lazio. Andando sempre sotto la curva e  voltandosi di spalle andava a indicare con i pollici quel numero 14 sulla maglia. Quel numero che li stava portando al trionfo. E il trionfo fu doppio visto che i biancoazzurri portarono a casa anche la Coppa Italia, vincendo la finale con l'Inter 2 a 1 all'andata e 0 a 0 al ritorno. Indovinate di chi fu il goal che diede la coppa alla Lazio? C'è bisogno di dirlo?

Ma quella fu la partita di Ronaldo e del secondo legamento saltato. Al rientro dopo mesi dal primo infortunio trotterella per il campo, poi un lampo. Una ribattuta dalla difesa, Ronaldo la stoppa e punta la porta a tutta velocità. Davanti ha Couto, arrivato al limite dell'area va con il famosissimo doppio passo che aveva già fatto male alla Lazio. Ma sul secondo movimento il ginocchio destro non tiene e Ronaldo crolla dolorante sull'erba. Mentre lo stadio è in silenzio totale e i giocatori girano per il campo con le mani nei capelli, l'unico accanto al Fenomeno è proprio il vecchio nemico Simeone. Tanto cattivo e agonista in campo quanto leale e rispettoso, anche con chi lo aveva fatto andar via dall'Inter pochi mesi prima.
Quel 2000 creò un rapporto tra Simeone e i tifosi laziali che niente avrebbe diviso. I cori per El Cholo si possono sentire ancora oggi a distanza di tre lustri. Un rapporto fatto di poche parole e tanti gesti, uno in particolare è ancora tra i simboli del derby romano. Una partita che non è mai stata come le altre, una partita che porta a odiarsi per settimane anche tra fidanzati. Il giorno è il 29 aprile 2001, in posticipo serale si scontrano Lazio e Roma mai come in quell'anno a altissimi livelli. La Roma è prima lanciata verso il suo 3° scudetto e la Lazio è terza e sta provando un rimonta difficile dopo le difficoltà di inizio stagione. Mr Eriksson ha lasciato la squadra attirato dalla nazionale inglese ( tutto si lega nella storia di Simeone ) e in panchina c'è Zoff. Nella Lazio sono arrivati altri due argentini, Crespo e Castroman, che vanno a aumentare il numero di connazionali del Cholo nello spogliatoio. La partita nel primo tempo è brutta come spesso accade nelle stracittadine romane. Nel secondo tempo la Roma rientra furiosa e in dieci minuti si porta sul 2 a 0 con reti di Delvecchio e Batistuta. Ma la Lazio non ci sta a far praticamente vincere lo scudetto alla Roma davanti ai propri tifosi e accorcia le distanze a una decina di minuti dalla fine con un sinistro al volo da fuori area di Nedved. La Lazio continua a spingere e al 94° c'è un calcio d'angolo dalla sinistra, Mihajlovic lo batte a uscire un difensore romanista la butta fuori e Castroman al volo di destro la mette all'angolino. La curva nord esplode, tutta la squadra va sotto la curva e Simeone fa un gesto che ogni tifoso della Lazio ha fatto in quella curva. Si rivolse alla curva romanista e prese le sue parti intime tra le mani, a far intendere dove avrebbero dovuto attaccarsi i tifosi della Roma. Uno di quei gesti che fanno impazzire i tuoi tifosi e ti farà odiare a morte dagli avversari. Di certo non il gesto più signorile ed elegante del mondo, ma nella mentalità comune l'operaio non viene associato con un nobile...


Le stagioni laziali in totale furono quattro, ma dopo quel 2001 gli infortuni iniziarono a perseguitarlo, giocò sempre meno e alla fine, visti anche i problemi societari della Lazio dovette lasciare Roma, dove i tifosi ancora lo osannano come un eroe. Tornò a Roma da allenatore dell'Atletico nel 2012 per una partita di Europa League. Il prepartita fu una specie di tributo di un popolo al proprio condottiero.
Si perché uno come Simeone dopo tanti anni a lottare in mezzo al campo decise che ancora non era finito il tempo di lottare e continuò a farlo in panchina. Due scudetti vinti in Argentina con Estudiantes ( con Veron in campo ) e con il River. Poi in Italia la non esaltante avventura con il Catania, il rientro in patria al Racing e poi la chiamata dell'Atletico. Nelle prime due stagioni il palmares recita: 1 coppa del Re, 1 Europa League e 1 Supercoppa Europea. Che già così non suonerebbe male. La stagione 2013/14 inizia con l'Atletico considerato la terza forza, sempre dietro a Real e Barcelona.
El Cholo ha appena perso il miglior giocatore della sua squadra, quel Falcao venduto al Monaco per tanti soldi, ma che portava in dote una trentina di goal l'anno. La squadra è plasmata a sua immagine e somiglianza. È una squadra di operai tutti dediti alla causa. Anche Diego Costa, chiamato a prendere il posto di Falcao e autore di goal a raffica, lotta e combatte su ogni pallone. La stagione parte fortissimo con otto vittorie di fila prima dello stop contro l'Espanyol. Ma poi si ricomincia a marciare con la squadra sempre concentrata sull'obiettivo. Ma staccare Real e Barcelona è impresa quasi impossibile. E la squadra marcia anche in Champions League dove dopo aver passato agilmente il girone elimina nell'ordine Milan, Barcelona e Chelsea. Mai partendo come favorita. Nella Liga sembrava fatta a quattro giornate alla fine, poi una sconfitta a Levante e un pareggio in casa con il Malaga sembravano aver messo il titolo nelle mani del Barca. Ci si ritrova così in sette giorni a giocarsi una stagione. 17 maggio Barcelona – Atletico, 24 maggio Real – Atletico. Le rivali di sempre per dividere una stagione trionfale da una stagione da tragedia. Perché è vero che L'Atletico non era considerato da nessuno per la vittoria di entrambe le competizioni, ma arrivarci a un centimetro e non riuscire a prenderle sarebbe stato anche peggio che non esserci proprio arrivati. Come detto se nel 2000 il paradiso è stato toccato questa volta Simeone era davanti alle porte in attesa che si aprissero. 


Al Camp Nou la situazione è questa: 99mila contro 447. Questi erano i tifosi sugli spalti. Quasi centomila catalani contro neanche cinquecento madrileni, relegati in cima allo stadio dove i giocatori li immagini più che vederli. E quando nel primo tempo El Niño Maravilla Sanchez infila una cannonata tra il palo e Courtois quei centomila sono esplosi, tutti convinti di avere in mano La Liga. Ma i Colchoneros avevano a disposizione due risultati su tre, il Barcà costretto a vincere. E nella ripresa la squadra di Simeone rientra in campo completamente ribaltata, con una voglia di riprendere quella partita che non c'era nel primo tempo. E quando Godin infila di testa la palla dell'1 a 1 sono i 447 a fare festa, così come dopo pochi minuti tutti i tifosi dell'Atletico saranno intorno alla Fuente de Neptuno a festeggiare un titolo atteso diciassette anni. Simeone e i suoi non hanno portato a casa il titolo con la tecnica o con la classe. Lo hanno fatto con la voglia e la grinta, esatta riproduzione di quello che era El Cholo in campo.
E dopo una settimana viene riproposta di nuovo la sfida tra Davide e Golia. E se al Camp Nou aveva avuto la meglio il più piccolo tra i contendenti, a Lisbona la sfida era ancora più importante. La Champions League ha un valore nettamente superiore a qualsiasi campionato nazionale, quando te la giochi contro i rivali cittadini deve avere un sapore ancor più speciale. E Simeone mette in campo la squadra come al solito. Pressing alto e costante, ripartenze veloci e la gamba non va mai tolta. E per 92 minuti aveva funzionato alla perfezione, con il solito Godin a infilare Golia. Ma purtroppo la vita è fatta così, non sempre vince Davide. E più vedo il goal di Sergio Ramos al 93° e più mi sembra di rivedere uno dei goal che avevano reso grande El Cholo.