Terza, e ultima, parte del Power Ranking di quest'anno. Qua la Prima e la Seconda parte. Andiamo a vedere quelle che per me sono le prime della pista quest'anno.
10 – Portland Trail Blazers
Questa deve essere la stagione della
consacrazione definitiva per un roster di tutto rispetto. Aldridge
ormai è uno dei migliori lunghi della lega e Lillard sembra non
voler fermare la sua crescita. Mettiamoci che Stotts si sta rivelando
una gran bella sorpresa in panchina, ecco fatto che Portland dovrà
recitare un ruolo da protagonista a Ovest. E poi c'è Batum che fa la
felicità di ogni appassionato di palla a spicchi, solo per questo
meritano di essere seguiti.
9 – Phoenix Suns
Lo scorso anno avrebbero meritato di
arrivare ai playoffs solo per come hanno affrontato una stagione in
cui tutti li davano in lotteria. Dragic è ormai nell'èlite delle
guardie NBA, il rinnovo di Bledsoe ricrea una delle coppie di esterni
che più ha fatto divertire lo scorso anno. E poi una marea di
giovani pronti a diventare protagonisti, dai fratelli Morris al
rookie Ennis. E se Bledsoe non fosse ancora totalmente guarito si
sono garantiti Isaiah Thomas che dopo la scorsa annata averlo dalla
panchina è quasi un lusso.
8 – Miami Heat
Perdere il giocatore più forte al mondo e provare a
restare competitivi. Hanno tenuto Bosh e Wade a cui hanno aggiunto
Deng a riempire il vuoto lasciato da Lebron. Di certo risentiranno
della perdita del prescelto, ma Spoelstra si è dimostrato più volte
uno dei migliori coach in circolazione quindi il tracollo
post-abbandono è da escludere. Personalmente sono curiosissimo di
vedere in NBA Napier, rookie da Uconn che la scorsa stagione ha
trascinato di peso la sua università al titolo NCAA.
7 – Houston Rockers
Il lavoro dietro la scrivania di Morey li porterebbe a
stare nelle primissime posizioni. Purtroppo tutto il ben di Dio che
hanno a disposizione è messo in mano a McHale, grandissimo da
giocatore, pessimo da allenatore. Se Harden e Howard fossero
indirizzati in un sistema strutturato potrebbero essere una macchina
da guerra. Invece giocano a caso, ci si affida solo alle invenzioni
del singolo e a gare di tiri da 3 in tutte le partite. Da vedere come
reagiranno alla perdita di Parsons che si era dimostrato un ottimo
collante nel roster, viene sostituito da Ariza che però non è nel
contract year.
6 – Golden State Warriors
Io amo Steph Curry. E chi non lo ama?
Direte voi. Aggiungeteci che lo scorso anno ho preso una sbandata per
Draymond Green ecco che i Warriors per me non sono giudicabili da
imparziale. Se evitano di tagliare Craft domani vado a
comprare la canotta. Poi oltre le mie passioni che si sono
raggruppate tutte insieme questi sono tra i più completi in
circolazione. L'incognita è Kerr che debutta come allenatore. Se
riesce a farli ingranare a dovere, Golden State sarà una delle prime
forze a Ovest. Ah, hanno anche Livingston, quindi forza Warriors e a morte l'imparzialità.
5 – Chicago Bulls
Hanno inseguito Melo senza
raggiungerlo. Serviva talento offensivo e si sono accaparrati Pau
Gasol, Augustine, Brooks, Mirotic e McDermott al draft. Il problema è
che da questi non se ne tira fuori un difensore decente. E Thibodeau
se non difendi ti panchina, che tu sia un rookie o tu sia Gasol (
vedere Boozer). Hanno il miglior coach in circolazione ( Pop è già
elevato a qualcosa di più di semplice allenatore) ma tutto gira
intorno a due ginocchia. Se Rose torna quello che era. Tutto gira
intorno a questa frase. Ai mondiali non ha destato una buona
impressione ma c'è bisogno di tempo.
4 – Los Angeles Clippers
Chris Paul. Non ci sono franchigie che
dipendono così tanto da un singolo giocatore. E se i compagni lo
seguono hanno da ben sperare. Passata la bufera Sterling che
probabilmente lo scorso anno nei playoffs ha tolto forze mentali alla
squadra, ripartono pronti a dare quell'assalto all'anello che CP3
meriterebbe. Doc Rivers è chiamato a trasformare Lob City in
qualcosa di più e proseguire il lavoro iniziato lo scorso anno.
Jordan è diventato un lungo rispettabile, Griffin non è più quello
che “schiaccia e basta” e la presa di Farmar per far rifiatare
qualche minuto Paul potrebbe essere importante. Poi se qualcuno mi
spiega la riconferma di Turkoglu ne sarei grato.
3 – Cleveland Cavaliers
Il ritorno del figliol prodigo.
L'arrivo del californiano che prende tutto quello che passa intorno
ai tabelloni. E poi c'è Kyrie ( occhi a cuoricino ogni volta lo
penso). Difensivamente sarà un gran bel rompicapo, ma la speranza è
che Blatt inizi a predicare pallacanestro anche nel suo paese natale. Curioso di vedere Lebron con il fisico di quando era un rookie cosa possa combinare. Forse non vinceranno ma a Est è difficile trovare una squadra messa
meglio di loro.
2 – Oklahoma City Thunder
Se restano sani ( Westbrook chi?) fino
alla fine, come ogni anno sono in cima a tutte le classifiche di pre
stagione. Quest'anno schierano una delle frontline più dure e
cattive che si sono viste da anni a questa parte. E quando hai Durant
sei per forza tra i favoriti a ogni cosa in cui partecipi. Peccato
che in panchina hanno un coach non in grado di far fare un salto di
qualità alla squadra.
1 – San Antonio Spurs
Campioni in carica, miglior gioco
espresso da anni a questa parte, anche se forse l'ultimo ballo è
stato già fatto. Restano comunque i favoriti d'obbligo avendo
confermato in toto tutto il roster campione. Potrebbe però pesare
l'anno in più sulle gambe dei Big 3 e forse la pancia piena.
Continuiamo con la seconda parte del Power Ranking NBA. La prima parte qui
20 - Indiana Pacers
Riusciranno Hibbert e West a tenere in
piedi la baracca? Quella che fino a febbraio scorso sembrava essere
una macchina da guerra, con qualche scelta scellerata ( Turner,
Bynum, non rinnovo di Stephenson) è diventata una squadra
alquanto normale. Con George fuori tutta la stagione sarà da capire
che Pacers saranno, ma la tempra di Bird, Vogel e West in campo mi fa
pensare che i playoffs li faranno comunque, soprattutto nel non
competitivo Est.
19 – Atlanta Hawks
Vuoi o non vuoi gli Hawks sono sempre
là. La squadra che da anni ha deciso che un primo turno di playoffs
è meglio di scelte un po' più alte al draft. Ma passare il primo
turno è da sempre un miraggio, anche se lo scorso anno non sono
andati così lontani dall'impresa, contro dei Pacers ormai implosi.
Il roster è praticamente lo stesso, se si esclude la buona presa di
Bazemore. La speranza è che Holford resti sano per un anno intero. Primo
turno e fuori.
18 – Denver Nuggets
Lo scorso anno speravo nello
spettacolo che avrebbero potuto offrire McGee e Robinson. Più che
altro fuori dal campo. Ma la sfortuna ci ha privato di Javale troppo
presto. Con il rientro del centro, e si spera quello di Gallinari,
l'obiettivo è l'ottavo posto a ovest che da anni è una battaglia
durissima. Il ritorno di Afflalo può garantire difesa e tiro che lo
scorso anni erano mancati. E si aspetta da Shaw che faccia vedere
tutto quello che dicevano di lui da assistente.
17 – Charlotte Hornets
Da barzelletta della NBA a realtà
temibile a Est nel giro di un anno. Esegue Charlotte. Con il ritorno
del nome Hornets si fa la gioia dei più nostalgici, ma c'è anche
altro oltre il nome. Una squadra che ha fatto vedere notevoli
progressi con Al Jefferson lo scorso anno, aggiunge ora Lance Stephenson
che sulla carta è un upgrade notevole. Se poi mettiamo che Kemba è
ormai una certezza e sperando che i progressi di Kidd-Gilchrist siano
costanti, questa può essere davvero la sorpresa della stagione.
16 – Dallas Mavericks
Quanto si diverte Cuban a smontare la
squadra ogni anno? Torna Chandler e prendono Felton, Jefferson (
sigh), Nelson e Villanueva. Se poi aggiungiamo la firma di Parsons in
discoteca il quadro Cubaniano è completo. Carlisle dovrà inventarsi
per l'ennesimo anno una formula nuova per far girare la squadra, ma
quando hai un tedesco che è tra i primi 10 marcatori di sempre, può
risultare un po' più semplice. E se Monta ripete la stagione
scorsa...
15 – New Orleans Pelicans
Ancora non ho capito se Monty Williams
è un buon coach oppure no. Questo potrebbe essere l'anno giusto per
capirlo. Ha a disposizione un quintetto di tutto rispetto ma manca
qualcosa dal pino. E poi il monociglio è ormai pronto per dominare
il mondo. Se tutto gira a dovere possono essere la grande sorpresa a Ovest.
14 – Brooklyn Nets
Perso Pierce, rientra Lopez. Ma il
vero miglioramento lo hanno fatto in panchina. Hollins trova una
squadra che per caratteristiche non si discosta molto da quei
Grizzlies che ha portato a un passo dalle Finals. Vedendo l'età
media dei Big dovrebbe essere l'ultimo giro per KG e uno degli ultimi
per quel contratto chiamato Joe Johnson. Playoffs facili a est poi si
vedrà.
13 – Memphis Grizzlies
Altra squadra che per caratteristiche
è destinata a rompere le scatole a tutti. Anche se la dirigenza ha
provato a smontare tutto, la squadra non c'è stata e ha risposto con
un'altra ottima stagione. Aggiungono Carter e Beasley ( Ahia) ma
manca ancora qualcosa in tiro da fuori. Se Conley e Gasol mantengono
il loro livello dovrebbe essere un'altra buona stagione.
12 – Toronto Raptors
Io amo Masai Ujiri. Un anno fa ha
preso una pacco di contratti pessimi e li ha trasformati in una delle
migliori squadre a est. Lowry è tornato a comandare il gioco,
DeRozan è diventato un giocatore affidabile e sotto i ferri Valanciunas è pronto a diventare una certezza. La curiosità è
tutta per Caboclo, la scelta al draft che ha fatto saltare tutti
dalla sedia visto che oltre Ujiri lo conoscevano forse solo i parenti
stretti.
11 – Washington Wizards
Wittman lo scorso anno mi ha zittito
riuscendo a portare Washington a essere una squadra decente. E con
l'aggiunta di Pierce a portare leadership i tifosi della capitale
possono sognare pure qualcosa di grosso. Wall ormai è un All-Star,
Beal lo sarà a breve, Nenè e Gortat sotto fanno il loro dovere. Si
giocheranno con i Raptors il ruolo di outsider a Est.
Tra ventiquattro ore scatta la
preseason NBA. Il periodo d'astinenza a cui ogni anno sono costretto
sta per terminare. Allora perché non provare a stilare il mio Power
Ranking di inizio stagione? Non avendolo mai fatto seriamente pensavo
fosse semplice, poi ho iniziato a spostare squadre su e giù. Questa
è la prima parte sempre pronto a essere smentito quando la prima
palla a due si alzerà.
30 – Philadelphia 76ers
Perdere e perderemo. Il mantra di Borlottiana memoria deve essere un ossessione in quel della città
dell'amor fraterno. Squadra smobilitata, giocatori NBA da poter
definire tali ben pochi, più che altro un accozzaglia di giocatori
che devono evitare di battere il record di sconfitte in stagione.
Però il futuro non è così nero con un Carter-Williams rookie
dell'anno che deve dissipare i dubbi che pendono ancora sulla sua
testa, un Noel in rampa di lancio dopo l'annata ai box e un Embiid
attivissimo sui social che vedrà la stagione da casa.
29 – Utah Jazz
Dante Exum. Nome che ha fatto già
girare qualche testa e che per gentile concessione dei
Magic arriva
nella terra dei Mormoni. Ma è un progetto a lunga scadenza. E
nell'attesa che uno tra Gobert, Favors o Kanter si decida a
esplodere come lungo dominante, in riva al lago salato si prospetta
un'altra stagione da lotteria. Questa volta però in mano a uno dei
più quotati debuttanti in panchina, quel Quin Snyder che ha avuto
modo di imparare da gente come Messina e Coack K.
28 – Milwaukee Bucks
Quest'anno li vedrò come mai in
passato. Giannis, Parker, Sanders e Henson promettono dominio in ala
e centro per anni a venire. Sempre che Sanders metta a posto la testa
e che Parker mantenga tutte le promesse che si porta dietro. Se ci
si volta e si guardano gli esterni arriva la tragedia. Bisognerà
vedere se Mayo, Knight e Bayless la palla ai lunghi la faranno
arrivare. Altra stagione di sconfitte ma con un futuro non così
brutto.
27 – Boston Celtics
Con la marea di scelte in arrivo (
gentile omaggio dei Nets), non si può non tirare a far schifo. Se ci
si aggiunge un Rondo con le valigie pronte ormai da anni, un roster
che comprende Joel Anthony e Evan Turner, l'unico motivo per
sorridere lo potrebbe dare Marcus Smart, altro talento cristallino
uscito dall'ultimo draft. Si prospettano altri anni di magra per i
tifosi biancoverdi.
26 – Minnesota Timberwolves
Cedere la tua stella e ritrovarti con
le ultime due prime scelte assolute a roster non è una cosa poi così
brutta. Sicuramente sarà una delle squadre che farà divertire con
l'atletismo di LaVine e Wiggins, lanciati in aria di Rubio. Bennett
che in Summer League ha fatto vedere buoni progressi, Dieng pronto a
confermarsi dopo il finale della scorsa stagione e qualche veterano
solido. Il problema principale è la panchina, su cui Flip Saunders
si è autoscelto come coach. E le sue scelte spesso stravaganti fanno
scendere la valutazione dei T-wolves. Che forse potrebbero pure non
fare così schifo come li ho piazzati.
25 – Los Angeles Lakers
Kobe-ball tutto l'anno. Sarà questa
la stagione dei gialloviola. Con l'unico obiettivo di arrivare in top
5 e non cedere così la loro prima scelta al draft ai Suns.
L'aggiunta di Boozer a sostituire Gasol ha fatto venire l'orticaria a
più di qualche tifoso angelino, ma c'è un Randle pronto a rubare
posto e minuti all'ex Bulls. Le aggiunte a roster di Lin e Ed Davis
non sono così male, ma le mie aspettative sono tutte per Young,
avere uno Smush Parker 2.0 mi farebbe divertire non poco.
24 – Sacramento Kings
Qui si paga la totale mancanza di
neuroni. Le stelle della squadra Gay e Cousins ne sono quasi
totalmente privi. Anche se gli ultimi mesi dello scorso anno avevano
fatto intuire che indirizzando a dovere quel talento ( soprattutto
quello di Boogie) si poteva fare anche bene. Perso Thomas finito ai
Suns lo hanno rimpiazzato con Collison, un altro che non ha mai
brillato per il suo QI. A Est avrebbero lottato per un posto ai
Playoffs, a Ovest si prospetta un'altra stagione che finisce a inizio
aprile.
23 – Orlando Magic
La ricostruzione sul modello Spurs sta
procedendo a dovere. Squadra giovane, atletica, che difende. Ma non
si sa chi segna. E la scelta di passare Exum per prendere Gordon
ancora non l'ho pienamente compresa. Ma gente come Oladipo,
Harkless, Harris e lo stesso Gordon fanno sperare in ottime annate a
venire. Faranno meno schifo degli anni passati.
22 – Detroit Pistons
Dopo Cheeks chiunque si fosse seduto
sulla panchina di Detroit sarebbe stato un upgrade pazzesco. Se poi
si prende un coach come Van Gundy il salto di qualità è assicurato
( ammetto il mio debole per il buon Stan). Passa tutto dalle mani, e
dalla testa, di Drummond. Se decide che è ora di cominciare a
dominare la stagione dei Pistons potrebbe pure orientarsi verso uno
degli ultimi seed a est. Una richiesta personale da un romano che lo
ha visto giocare per anni. Liberate Gigi.
21 – New York Knicks
Perché decido di tifare sempre per
certe squadre? Phil da presidente sarà più di un semplice
dirigente, e la scelta di prendere Fisher lo dimostra ( l'alternativa
Kerr sarebbe stato uguale). Si è rinnovato Melo a cifre enormi, ora
sta a lui dimostrare di essere in grado di giocare in un sistema. Ma
lo spazio di manovra per fare la squadra era poco, e resterà tale
fino a che a libro paga ci saranno JR, Bargnani e Stoudemire.
Fortunatamente quel giorno è vicino.
Il Mondiale brasiliano ormai giunto a
conclusione ci ha regalato come sempre un mese di partite e di storie
di cui parlare. Spesso in positivo, a volte in negativo, ma comunque
tutte interessanti.
Come ogni quattro anni ho cercato di
vedere tutte le partite ( Quest'anno ne ho perse tre) e come ogni
edizione mi trovo a ripensare a cosa ci ha offerto la competizione
calcistica più importante.
Ecco cosa è uscito fuori da questo
Brasile 2014.
Meglio
Le Cenerentole
Costa Rica, Algeria, Grecia.
Organizzate, concrete e insuperabili. Quelle che dovevano
essere le
Cenerentole del Mondiale si sono trasformate quasi in principesse,
arrivando così avanti come nessuno si aspettava. La Costa Rica ha
dominato il suo girone mandando a casa vecchie glorie come Italia e
Inghilterra, poi rigori contro la Grecia e nei quarti l'Olanda se l'è
vista brutta salvandosi con una magia di Van Gaal ( Krul chi?).
L'Algeria ha mandato a casa la Russia
di Capello e ha fatto patire le pene dell'inferno negli ottavi alla
Germania, mentre la Grecia ha regalato l'emozione più grande dei
gironi con il rigore per il passaggio del turno al 93° contro la
Costa D'Avorio.
Che non potessero vincere il Mondiale
lo si sapeva, ma per chi guarda allo sport dal lato dei perdenti,
vederli andare così avanti è stata una gioia.
James Rodriguez
Chi lo ha etichettato come la sorpresa
del Mondiale ha totalmente ragione. Chi lo definito come uno
sconosciuto o come un carneade non segue il calcio. Lasciando stare
l'impresa di portare al titolo argentino il Banfield, con il Porto e
con il Monaco in Europa lo si dovrebbe conoscere bene. Questo
Mondiale è stata solo la consacrazione di un talento purissimo che è
esploso in tutta la sua grandezza. Ci ha regalato due gol
meravigliosi ( Giappone e Uruguay) e il tributo di tutto lo stadio di
Fortaleza dopo il quarto di finale contro il Brasile. Ora sembra
destinato al Real Madrid e il Bernabeu non può che essere il
palcoscenico perfetto per un talento del genere.
La Tecnologia
Alla fine la FIFA si è arresa. Il
calcio era rimasto l'unico sport in cui si era ancora succubi
dell'errore umano. Un piccolo passo in avanti tra Goal Line e Spray
per la barriera. Ora l'apertura alla moviola vera e propria in campo.
Per chi come me ha visto decidere uno scudetto nel basket con la
moviola, o vede il football americano che la moviola l'ha introdotta
ormai da anni non può che essere un sollievo che anche il calcio si
adegui. Ovvio che in futuro tutte le trasmissioni calcistiche del
nostro paese dovranno iniziare a parlare di calcio e non di rigori, e
non credo ne siano in grado.
Peggio
Europee decadute
Italia, Inghilterra, Portogallo,
Spagna. Chi ha dato la colpa al clima, chi ha accusato tutto e tutti,
chi apparte il proprio campione era effettivamente scarso, chi era
giunto alla fine di un grandissimo ciclo. Fatto sta che le europee
che sembrava dovessero essere protagoniste in Brasile si sono
ritrovate a casa dopo tre partite.
La Spagna è sembrata veramente cotta,
il Portogallo con un solo giocatore non poteva sperare di fare di
più, l'Inghilterra è sembrata veramente scarsa e sull'Italia si
potrebbe dibattere per ore, sia sulle partite sia sulla gestione del
post Mondiale. E se la Spagna e l'Inghilterra hanno un futuro roseo
vedendo i loro campionati, l'Italia rischia di sparire dalla mappa
per diversi anni.
Brasile e i suoi tifosi
Non è tra il peggio per il 7 a 1 in
semifinale, o meglio, non solo. Quel tracollo è figlio di un cammino
pre Mondiale terribile. Si erano illusi durante la Confederation di
essere i migliori, ma la scarsità della loro squadra è uscita fuori
già dalle prime partite. E Neymar non è Ronaldo, Pelè, Zico o
Romario capaci di portare in fondo da soli anche delle versioni del
Brasile non entusiasmante.
E le prestazioni della nazionale sono
figlie anche dell'atteggiamento dei tifosi brasiliani. Vero che i
giocatori erano carichi di pressione, ma i tifosi della nazionale
verdeoro hanno pianto dal primo giorno. Piangevano per le vittorie,
piangevano per i pareggi, hanno pianto per le sconfitte. Un clima da
psicodramma fin dal primo giorno, che alla fine si è concretizzato.
Le Africane
È da USA 94 che sento dire che il
prossimo sarà il Mondiale delle africane. E se quattro anni fa una
ai quarti ci arrivò, in Brasile il fallimento è stato totale. Due
squadre su cinque agli ottavi, di cui l'Algeria che era tra la meno
accreditata.
Il Ghana dopo una partita bellissima
contro la Germania si è sciolto in un girone che a inizio Mondiale
era dato per difficilissimo, ma vedendo che sono passati gli USA non
era poi impossibile per il Brasile d'Africa. La Nigeria ha fatto il
suo arrivando agli ottavi e uscendo contro la Francia.
Discorso diverso per il Camerun.
Problemi sui premi in denaro prima di partire, Eto'o che da brava
superstar ha fatto i capricci fin dal ritiro e una squadra che si è
dimostrata la peggiore del torneo.
Le africane continuano a dimostrare
tutte le loro contraddizioni, forti atleticamente e fisicamente, ma
la tattica e la difesa non gli interessano. Continuando di questo
passo non arriverà mai il momento di un'africana campione del Mondo.
La prima volta che ho visto una palla
arancione con venature nere avevo 9 anni. Parliamo di due decenni fa.
Dopo anni di nuoto mi ero stancato di fare avanti e indietro in una
vasca piena d'acqua e avevo chiesto a mamma di fare qualcosa di
diverso. Le sue obiezioni erano relative al fatto che il nuoto mi
faceva bene, ma io mi ero stufato. Iniziò il classico giro delle
sette chiese per trovare lo sport adatto. Ne provai un paio che
sinceramente ho rimosso, poi un giorno andammo in una palestra vicino
casa per fare la prova per la pallavolo. Ma si arrivò tardi e la
pallavolo stava finendo, subito dopo iniziava l'allenamento di mini
basket e provai quello. Ecco se il famoso colpo di fulmine esiste, io
lo provai in quel momento. Io e la palla a spicchi ci siamo
incontrati quel giorno e ci dobbiamo ancora lasciare.
Mai stato un giocatore eccelso, un
mestierante più che altro, di quelli che si sbattono e se riescono a
chiudere il referto con 2 punti è già una soddisfazione. La stazza
mi portò molto lontano dal ferro e il mio allenatore era uno della
vecchia scuola, di quelli che il playmaker deve far girare la squadra
e il canestro non lo deve neanche guardare. Uniteci una passione
smodata per tale John Stockton e capirete che il mettere punti a
referto non è mai stato il mio forte.
All'epoca la tv satellitare era una
chimera per molti di noi, quindi per vedere la NBA bisognava
adattarsi o immaginarla il più delle volte. Ma nel 1995 mio padre
decise di mettere Tele+ per vedere il posticipo serale, si perché
all'epoca era solo uno la domenica sera e basta. Questa innovazione
in casa mi portò a scoprire il Football Americano e mi concesse la
visione delle partite NBA. Tante volte è questione di fortuna nella
vita, fatto sta che la prima partita che ricordo di aver visto è
stata Charlotte Hornets – Chicago Bulls. Si, era la stagione delle
72 vittorie e Si, io vidi una delle dieci sconfitte. L'immagine
nitida che ricordo è di un Michael Jordan che esce dal campo
furibondo, nonostante si fosse a fine regular season e con il primo
seed già in tasca. Ah e per la prima volta ho sentito una
telecronaca di Buffa-Tranquillo, di cui all'epoca non capii molto, ma
avevo pur sempre dieci anni, però anni dopo intuii la fortuna che
ebbi. Da quel giorno la mia concentrazione si spostò dal basket
nostrano ( fino ad allora molto più fruibile ) a quello
d'oltreoceano, e di conseguenza i giocatori di cui innamorarmi erano
diventati dei pezzi d'ebano che facevano cose che qua da noi si
pensavano e basta. E come spesso mi accade ho finito per perdere la
testa per la gente sbagliata. Talento a volte irreale ma quasi mai
accompagnato da una testa normale. Perché dai diciamolo, belli i
Jordan, i Kobe, i Lebron o chi volete voi, ma a me alla lunga
annoiano nella loro perfezione.
So che non ne sente il bisogno nessuno
ma ho provato a stilare il mio quintetto ideale di quelli che mi
hanno fatto perdere il senno.
PG – Allen Iverson
Qua credo ci sia poco da dire. Lo conosciamo tutti e la sua vita e
carriera è stata ribaltata come un calzino in lavatrice. Arresti,
crossover, problemi col gioco e con l'alcool, We Talking about
practice. Mi piace ricordare due numeri : 183 e 77. Centimetri e
chilogrammi. E nel basket di fine anni '90-inizio 2000 non sono dati
che dovrebbero rappresentare uno dei migliori di sempre. Perché di
questo si tratta. Un titolo di MVP, due volte MVP dell'AllStar,
Rookie dell'anno, quattro volte miglior marcatore. E un titolo NBA
sfiorato ma mai raccolto. E un paio di istantanee che sono di diritto
nella storia del gioco.
A quel crossover hanno abboccato praticamente tutti i suoi avversari,
ma quando un cambio difensivo lo porta in punta marcato da Sua Maestà
MJ nessuno lo avrebbe aspettato. Prima si va in mezzo alle gambe,
finta di partenza a sinistra e subito a destra. E MJ piantato al
terreno. Arresto, tiro, due punti. Infatuazione.
La seconda neanche la racconto, basta il video :
In quel momento era onnipotente. Da infatuazione a amore.
SG – Latrell
Sprewell
La mia prima visita al NBA Store sulla 5° strada è datata 2001. Con
I primi cento dollari spesi là dentro mi regalai due maglie. Una col
numero 3 di Philadelphia ( vedi sopra ) e una dei New York Knicks col
numero col numero 8. Un paio di anni prima presi la decisione (
finora funesta ) di tifare per i Knickerbockers e la colpa fu tutta
di quel numero 8.
Sprewell era appena arrivato dai Golden State Warriors dove aveva
provato a uccidere il suo coach Carlesimo. Che conoscendo poi il
personaggio Carlesimo non mi risulta neanche difficile pensare che
qualcuno dei suoi giocatori avesse pensato di toglierlo dal mondo.
Fatto sta che i deviati mentali mi hanno sempre attirato per qualche
strana ragione, fu così che Latrell mi balzò all'occhio. E quello
che vidi fu fantastico. Un difensore divino con le movenze di un
felino. Metteva in campo tutto e arrivava anche dove giocatori più
forti di lui non osavano. E non mollò neanche quando le Finals del
1999 erano ormai già vinte da San Antonio.
Ma purtroppo la testa era quella che era e pure a NY finì male, così
come poi a Minnesota dove anche là insieme a Garnett aveva portato
una storica cenerentola alle finali di conference. Ma la testa non la
cambi e a 35 anni rifiutò 21 milioni di dollari per tre anni perché
la riteneva un'offerta troppo bassa e lui aveva una famiglia da
sfamare...Come si può non amarlo?
SF – Tracy
McGrady
L'uomo dei “se”. Se avesse avuto più voglia, se la schiena fosse
stata quella di un normale atleta, se i compagni fossero stati
all'altezza. A livello di puro talento uno dei primi di sempre. A
livello fisico uno degli ultimi. Vederlo sdraiato a bordo campo con
il ghiaccio sulla schiena ogni volte che veniva richiamato in
panchina era sempre una pugnalata al cuore. È stato bene forse per
meno di due stagioni ma ha mostrato cose incredibili. A livello di
facilità nel realizzare è l'anello mancante tra Jordan e Durant. Ma
anche uno dei più grandi perdenti di sempre. Per riuscire a passare
un primo turno di playoffs è dovuto andare a sventolare gli
asciugamani a San Antonio quando era ormai un ex giocatore.
Se la schiena lo avesse tenuto in piedi per qualche anno staremo
parlando di uno dei primi della lista, e quella coppia con Yao Ming
avrebbe avuto qualche chance di portare a casa dell'argenteria. Però
oh, quando un altro farà 13 punti in meno di 35 secondi fatemi un
fischio che io ancora lo devo trovare. Fidanzata sbagliata ( Buffa
Docet ).
PF – Tim
Duncan
Si è capito che ho una predilezione particolare per quelli fuori di
testa, ma ogni tanto mi innamoro anche di qualcuno normale. E
innamorarsi cestisticamente di Duncan è abbastanza semplice. Fresco
di quinto anello messo alle dita, e vicino alla fine della carriera,
non si può non omaggiare colui che è più comodo definire come la
più grande Ala Forte del gioco.
Perché di grandissimi ce ne sono stati in quel ruolo ( Malone,
Barkley e Rodman per pescare solo negli ultimi vent'anni ) ma nessuno
ha fatto sembrare cose immense come se fossero le più semplici del
mondo. Tutti convinti che aveva vinto i titoli perché c'era
Robinson? Lui risponde con una quasi quadrupla doppia in finale.
Tutti a dirgli che era finito data l'età? La risposta sono state le
ultime due stagioni in cui ha giocato meglio di quando aveva
sei-sette anni meno.
Ma la cosa che mi ha sempre fatto impazzire è la sua impassibilità.
Qualsiasi cosa succeda in campo lui sembra sempre esserne estraneo.
Che sia una tripla di Fisher con quattro decimi sul cronometro in una
finale di Conference, o che la tripla la mette lui sulla sirena del
supplementare con Phoenix, è la stessa cosa. Sempre la stessa
faccia, sempre le stesse reazioni. È per questo che una lacrimuccia
mi è scesa quando durante le scorse finali, negli ultimi secondi di
gara 7, l'ho visto disperarsi per un canestro sbagliato, che in
carriera ha sempre messo a occhi chiusi. Lo ha reso umano, e
l'umanità è sempre apprezzata da questa parti. Divino.
C – Vlade
Divac
Marlboro Man. Già dal soprannome merita stima infinita. Non lo
ricordo ai Lakers, ne ho una vaga rimembranza a Charlotte, ma quello
di Sacramento non me lo toglie dalla mente nessuno. Da quello che ho
visto e letto poi, il Divac che ricordo io è stato forse non il
migliore della carriera, ma per me resta un poeta del gioco. Il
miglior gioco di squadra che la mia mente ricordi ( insieme ai Suns
di D'Antoni ) guidata magnificamente da un playmaker di 216 cm,
mascherato da Centro, che predicava dal post basso.
Nella mia visione della pallacanestro il centro perfetto è uno tra
lui e Sabonis, gente che con qualche centimetro in meno avrebbe
potuto fare la guardia con le mani che aveva. Ti uccideva spalle a
canestro, ma sempre col sorriso. E se non bastassero le emozioni che
mi ha regalato in campo, qualche anno fa ci ha regalato uno dei
documentari più belli sulla pallacanestro mai realizzati. ( Once
Brothers su Petrovic ).
I Mondiali di calcio sono il
coronamento di un'intera carriera. Ma non per forza vincerli, solo il
giocarli per alcuni atleti è il punto più alto di una vita. È la
sublimazione del proprio lavoro, delle proprie fatiche, di una vita
dietro a un pallone.
Per noi italiani il Mondiale è quel
mese ogni quattro anni in cui ci ricordiamo di amare la patria, o di
odiarla più del solito. Quel periodo che parte da un paio di mesi
prima in cui il nostro essere tutti allenatori esce fuori andando a
criticare ogni singolo respiro del CT o dei giocatori. In cui per
settimane si sente dire “Eh ma ha lasciato a casa questo e portato
quell'altro”. E quel momento in cui, se le cose vanno bene,
ritiriamo fuori dai cassetti tricolori ormai sbiaditi e che non
ricordavamo neanche più di avere. Il Mondiale è quella cosa che se
ne usciamo vittoriosi ci farà perdonare qualsiasi cosa ai giocatori
che ci hanno portato al trionfo, anche i crimini più crudeli.
E il Mondiale di calcio regala spesso
storie al limite tra realtà e fantasia, in quel mese ci offre
campioni al massimo del loro splendore e illustri sconosciuti che
diventano eroi di una nazione.
Ogni paese ha avuto i suoi eroi, e
l'Italia con le sue diciassette partecipazioni non è da meno. Anzi
avendo dei risultati di tutto rispetto ( 4 vittorie, 2 secondi posti,
1 terzo ) possiamo dire che per ogni edizione in cui abbiamo
partecipato abbiamo un giocatore simbolo di quel Mondiale. Non andrò
troppo indietro nel tempo, ma mi concentrerò su quelli che ricordo
personalmente, quelli che mi hanno fatto gioire e disperare, ma che
comunque hanno regalato emozioni.
“Nemmeno
un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci
sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto.
Basta che respiri e la metti dentro.”
Il primo ricordo che ho dei Mondiali di
calcio è del 1990. Non capivo bene cosa succedesse ma ricordo tutta
la famiglia riunita davanti alla tv, che urlava, inveiva e esultava.
E ricordo un siciliano dagli occhi spiritati che era sempre
inquadrato dalle telecamere della Rai. Ho scoperto solo in seguito
chi fosse e la sua storia. Palermitano di nascita arrivava a quei
Mondiali come sesta scelta nel ruolo di punta, con davanti gente del
calibro di Mancini, Vialli, Serena e Carnevale. Nelle due stagioni
precedenti tra Messina e Juventus aveva segnato 38 goal tra serie A e
B. La stagione 89/90 con i bianconeri gli era valsa la convocazione
in nazionale all'ultimo momento. E al debutto iridato contro
l'Austria venne buttato in campo sullo 0 a 0 e dopo 4 minuti era già
a esultare. Come si dice in questi casi Schillaci è stato il vero e
proprio Uomo del Destino. In quel Mondiale qualsiasi cosa toccava si
trasformava in goal. Sei in totale, segnò in tutte le partite
dell'Italia, anche nella semifinale contro l'Argentina che ci vide
sconfitti ai rigori. Capocannoniere del Mondiale, secondo nella
classifica del pallone d'oro di quell'anno e tutta la nazione che lo
amava. Considerando il fatto che all'epoca aveva 26 anni sembrava il
trampolino per un finale di carriera fantastico. Le successive
quattro stagioni tra Juventus e Inter segnarono un totale di 22 goal
in campionato, una media di neanche sei l'anno. Praticamente la sua
carriera di calciatore si concluse il 7 Lugio 1990 a Bari nella
finale per il 3° posto contro l'Inghilterra, ma per noi italiani il
nome di Schillaci è comunque ricordato insieme a quello dei più
grandi della storia calcistica nostrana. Andò poi a trovare fortuna
in Giappone, al Jubilo Iwata dove divenne una leggenda vivente come
in Italia.
“Davanti
a lui c'è il mondo e ha tutto per conquistarlo. A venticinque anni,
è come un pozzo di petrolio, dal quale è stato estratto pochissimo
greggio.” - Giovanni Trapattoni
A Italia 90 a suon di grandi
prestazioni si guadagnò un posto da titolare accanto a Schillaci un
giovane talento con il numero 15 sulle spalle. Aveva fatto parlare di
se nel ritiro dell'Italia viste le proteste dei tifosi fiorentini per
la sua cessione alla Juventus. Che fosse fortissimo lo si sapeva e lo
si era già visto a Firenze, ma con il goal contro la Cecoslovacchia
nel girone fece aprire gli occhi al mondo intero. Giannini serve
palla a Baggio ( Non avevo ancora fatto il suo nome ma mi sembrava
scontato ) che riceve sulla linea di centrocampo largo a sinistra,
triangolo con Giannini e scatto verso l'area, evita il tackle di un
difensore cecoslovacco, entra in area, frenata per mandare a vuoto un
altro difensore e spiazza il portiere. Una delle tante magie
regalateci da Roberto nella sua carriera. Ora serve una premessa.
Pelè l'ho visto nei filmati d'archivio, idem per Cruijff. Maradona
lo ricordo poco ma quel che ricordo io era del periodo in cui il
meglio lo aveva già dato. Ecco se mi chiedete chi è il più forte
che ho mai visto giocare la risposta è Roberto Baggio. Ma se a
Italia 90 si fece conoscere al mondo, quattro anni dopo sarebbe stato
il suo Mondiale.
Usa 94 è stato un Mondiale strano. È
stato il Mondiale di Escobar e della sua triste fine, della triste
fine di carriera di Maradona, delle prove tv, del caldo afoso, il
Mondiale di un bambino di nove anni che non capiva perché mentre
giocavano e da noi era notte là era giorno ( Non avevo ancora
compreso benissimo il senso di fuso orario ). E doveva essere il
Mondiale di Roberto Baggio. Arrivava a quel campionato con gli occhi
del mondo addosso. Era il più forte di tutti, e tutti lo
attendevano. Arrivava con il Pallone d'Oro e il Fifa World Player
vinti nel dicembre precedente. Ma il Mondiale americano iniziò bene
per noi e per Roberto. Le difficoltà nel gioco, la sostituzione
contro la Norvegia dopo pochi minuti per l'espulsione di Pagliuca e
il gesto a Sacchi a far intendere che fosse pazzo. Un goal di Massaro
contro il Messico nell'ultima partita ci qualifica per gli ottavi
come miglior terza. Ci tocca la Nigeria, una delle sorprese del
torneo fino a quel punto. Siamo sotto, Zola viene espulso
incomprensibilmente e ci avviamo a una mesta e meritata uscita dal
torneo. Ma come dicevano in un famoso film il genio è fantasia,
intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. A due minuti
dalla fine della partita un incursione a destra di Mussi che tocca
all'indietro per Baggio che mette la palla a 2 cm dal palo. E nei
supplementari su rigore ci regala la qualificazione. Nei quarti
contro la Spagna e in semifinale contro la Bulgaria c'è un uomo solo
al comando. Come un novello Paolo Rossi ci guida alla finale contro
il Brasile. E tutti sappiamo come è finita. Il nostro eroe che ci
aveva portato fin là, manda il rigore alto di pochi centimetri. Quel
rigore non cambiò le cose, perché per vincere avrebbe dovuto
sbagliare il rigore il Brasile, ma ai nostri occhi quel Mondiale fu
perso per quel rigore.
E a pochi centimetri dal cielo ci
porterà quattro anni dopo in Francia, quando nel quarto di finale
contro i padroni di casa durante i tempi supplementari una sua
fantastica volèe esce di un nulla alla destra di Barthez. Poteva
diventare un'altra volta eroe in un Mondiale dove non doveva neanche
esserci. Non ci ha portato al successo finale ma di sicuro negli
ultimi venticinque anni è il giocatore che ci ha fatto sognare di
più, oltre a essere il più forte.
Quattro anni dopo l'uomo del destino si
chiamava Byron Moreno e preferisco soprassedere su quel Mondiale,
vista la grama figura fatta anche al netto dell'arbitraggio. Si
perché una delle nostre caratteristiche peculiari è di rendere
sempre bene nelle manifestazioni importanti, ma
quando le toppiamo,
il tonfo risuona per anni.
“Un Eroe è colui che fa ciò che
può. Gli altri non lo fanno” - Romain Rolland
Il 2006 inizia nel peggiore/migliore
dei modi. Arriviamo in Germania con lo scandalo Calciopoli in corso,
cosa che ci stava facendo deridere dal resto del Mondo. Cosa che come
al solito creò un gruppo compatto e unito contro tutto e tutti, e
forse ci fece sottovalutare dalle altre squadre. Quella era la
nazionale di Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero e Toni
ma le immagini più belle ce le hanno regalate altri uomini. Marco
Materazzi veniva da diverse buone stagioni all'Inter ed era il terzo
centrale dietro a Nesta e Cannavaro. Un buon mestierante, ruvido e
senza fronzoli ( si dice così dei difensori che picchiano ), e
pronto a stare in panchina dietro a due mostri sacri del ruolo. Ma
l'infortunio di Nesta lo catapulta in campo da titolare. Un goal
contro la Repubblica Ceca che ci spiana la strada verso la
qualificazione, l'espulsione contestabile negli ottavi contro
l'Australia che ci fa soffrire più del previsto, ma soprattutto il
goal del pareggio in finale contro gli odiati Francesi. Ma è ricordato dal mondo intero per gli ultimi minuti di quella partita. In Francia c'è anche una statua che immortala l'evento. Siamo nei supplementari, calcio d'angolo per i francesi con la difesa italiana che spazza. La telecamera segue la palla ma poi torna indietro e c'è Materazzi a terra dolorante. Buffon e Cannavaro vanno dal guardalinee a protestare. Il replay ( che alcuni dicono sia stato d'aiuto al quarto uomo ) ci mostra il capitano francese Zinedine Zidane che colpisce con una testata in petto il difensore italiano. La fine di una carriera meravigliosa con un gesto non del tutto inaspettato per chi conosce il personaggio. E l'immagine di Zidane che esce passando accanto alla coppa è stata subito storica. Magari sarebbe finita nello stesso modo, ma mi piace pensare che è stato quello l'episodio che ha girato l'inerzia in nostro favore.
Ma il vero Uomo del Destino di quel
Mondiale è stato un altro, del tutto inatteso. Veniva dal Palermo e
giocava terzino sinistro. Arrivò in Germania più che altro per
mancanza di alternative nel suo ruolo. E non partì titolare. A
destra c'era Zaccardo e a sinistra Zambrotta. Ma le prime partite di
Zaccardo fecero si che Lippi spostò Zambrotta a destra e mise lui a
sinistra. L'inizio di una favola. Negli ottavi contro l'Australia si
procurò al 90° il rigore, molto dubbio, che Totti trasformò per
portarci ai quarti. Ma il meglio doveva ancora venire. La semifinale
contro la Germania in casa loro è una di quelle partite che non si
scordano. Novanta minuti di tensione per un nulla di fatto. Nei
supplementari partiamo forte e colpiamo due pali, uno con Gilardino e
uno con Zambrotta. Sembrava che la sorte fosse dalla parte dei
tedeschi. Al 118° Iaquinta libera Pirlo che da fuori area tira ma
Lehmann manda in angolo. Del Piero dalla bandierina, ribatte la
difesa tedesca, la palla finisce a Pirlo che trova lui in mezzo
all'area, sinistro a girare sul palo lontano. Poi il buio. Per
qualche secondo c'è un vuoto, poi gli occhi tornano sulla tv e c'è
Fabio Grosso che corre per il campo scuotendo il capo. È quasi in
lacrime. E lo eravamo tutti. L'illustre sconosciuto che manda fuori
quelli che fino al giorno della partita insistevano con la storia
della pizza e del mandolino. E già qui sarebbe una favola
bellissima. Ma non contento Lippi decide di mettere la ciliegina
sulla torta e in finale contro la Francia, giunti ai rigori, decide
che è Grosso a battere l'ultimo rigore. Quella rincorsa sarà durata
una vita, ma non scorderò mai lo sguardo di Grosso sul dischetto. Un
abbozzo di sorriso, magari senza rendersene conto, a rivederlo
sembrava che sapesse già come sarebbe finita...
Tra qualche giorno inizierà il
Mondiale brasiliano. Nessuno punta un centesimo su di noi e forse è
anche meglio così. Sono settimane che si leggono e si sentono critiche sulle
convocazioni, su chi è rimasto a casa e su chi invece è tra i
ventitré che vestiranno d'azzurro. Ma prima di criticare,
aspettiamo. Che magari il nostro nuovo eroe è già là e aspetta solo il momento giusto per palesarsi.
Se mi chiedessero qual è il mio disco
preferito potrei tirare fuori una lista di quindici-venti album per
me imprescindibili. Se mi domandassero quale partita di calcio
rivedrei senza annoiarmi alla morte, pure qua ci sarebbe da pensare un po'. Idem per tante altre cose, dal tennis ai film
fino ai libri. Ma quando si parla di pallacanestro la risposta è
chiara e nitida, di solito rispondo in massimo tre secondi: Italia –
Lituania 2004, semifinale delle Olimpiadi.
Forse ci sono state partite più belle,
più emozionanti, finali più tirati, giocate più spettacolari, ma
nessuno toglierà mai dalla mia mente che quella è la partita più
bella che io abbia mai visto.
E provo a spiegarvi il perché.
Perché là non dovevamo neanche
esserci. Non perché non avessimo meritato di giocare quella
semifinale, ma perché c'erano squadre molto più forti e importanti
di noi che si pronosticava che arrivassero là. Furono una serie di
combinazioni a portarci a quella partita. Una Serbia che fece la
peggior figura della sua storia in una competizione importante, ma
che comunque ci sconfisse nel girone, fece si che riuscimmo a portare
a casa la qualificazione ai quarti ( comunque fattibile vista la
presenza nel girone delle non irresistibili Nuova Zelanda e Cina, ma magari non come secondi nel girone ).
La vittoria di un punto contro l'Argentina nell'ultima partita del
girone che ci regalò un quarto abbordabile contro Porto Rico, in
caso contrario avremmo beccato una sfida ben più complessa contro la
Grecia. Diciamo che un po' ci aiutato la fortuna, cosa strana per la nostra nazionale.
Perché non era la squadra migliore
che abbiamo mai presentato. Basile,
Galanda e Pozzecco erano i tre talenti di quella squadra. Il periodo
dei Myers, Fučka, Riva, Meneghin era finito. Il tempo dei giocatori
italiani in NBA ancora doveva arrivare. Eravamo un gruppo di buoni
giocatori, ma che rispetto alle squadre che seguiranno, con il doppio
del talento, erano dediti alla causa in modo totale. E Charlie
Recalcati in panchina era riuscito a trasmettere a quella squadra una
mentalità vincente, si difendeva su tutto e tutti, e la
dimostrazione è che in questa olimpiade in alcune occasioni ho visto
difendere Pozzecco. Ripeto, ho visto difendere Pozzecco, uno di
quelli che sente mancare l'aria quando si deve abbassare sulle
ginocchia.
Perché
per una volta tutto il paese si era appassionato per quelli con la
maglia azzurra e non erano quelli che prendevano a calci un pallone.
Perché eravamo la vittima
sacrificale. Zakauskas, Macijauskas, Stombergas, Songaila,
Lavrinovic e poi lui, uno che nella mia top three dei giocatori
europei ci sta sempre, Jasinkevicius. Paragonandoli ai nostri prima
della partita sembrava che dovesse essere un massacro. Arrivavano da
un bronzo nelle Olimpiadi precedenti a Sydney e dall'oro europeo
dell'anno prima in Svezia. È vero che noi vincemmo il bronzo in quell'europeo, ma la
nostra fu un'impresa, il loro un dominio incontrastato. E
probabilmente arrivarono a quella semifinale con la testa già alla
finale contro gli USA ( sulla carta ). E noi dalla nostra avevamo
solo due possibilità, il giocare senza pressioni perché il nostro
lo avevamo già fatto e le motivazioni di dimostrare che non eravamo
lì per caso.
Perché è una di quelle partite che
non ti fa rilassare un attimo. Anche
se l'hai vista circa quindici volte, ogni volta che la riguardi ti
infervori come se fosse la prima. Un'altalena di emozioni ( quando si parla di partite storiche non si può non dirlo ) che ogni volta ti fa rodere il fegato, anche se io
personalmente ho sempre preferito accanirmi sulle unghie. Parti male,
la spacchi nel secondo quarto, a inizio quarto quarto cadi nello
sconforto pensando di averla già persa e nel finale godi come poche altre volte è successo con la
nazionale italiana di basket.
Perché
le Olimpiadi sono sempre le Olimpiadi.
Escluso quello sport in cui in ventidue corrono dietro a un
pallone, per tutti gli altri sport le Olimpiadi sono l'espressione
massima del proprio lavoro. E un trionfo o un'impresa nel
palcoscenico che conta di più ha un valore doppio. Anche perché c'è
tutto il mondo a guardarti. E quel trionfo verrà ricordato a lungo e
da tutti.
Perché
quella sera anche Franco Lauro sembrava capirne di basket.
Perché
mettevamo triple anche “dalle fottute pareti”. A
mia memoria un bombardamento come quello perpetuato dai nostri nei
confronti della retina Lituana, lo ricordo pochissime volte. Per
lunghi tratti della partita se avessimo tirato il cubo dei cambi
avremmo segnato anche quello, ma solo da dietro l'arco. Per la mera
cronaca chiudemmo con 18 su 28 da tre con un discreto 64%. Quando la riguardo mi aspetto da un momento all'altro che
Recalcati metta una tripla cadendo all'indietro. Certo i puristi del gioco sono rimasti un po' schifati nel vederla, ma per un non iniziato del
gioco come me vedere Basile che raccoglie una palla ormai persa da
terra e da otto metri la mette senza sfiorare neanche il ferro è un
emozione non da poco.
Perché l'ignoranza di Basile esplose in tutta la sua potenza.
Perché
vedere la lucida follia del Poz è sempre un piacere. Prima
dicevo che Jasinkevicius nella mia top three europea ci sta sempre,
bene un altro di quei posti è occupato da lui ( vi chiudo il podio,
il terzo è Bodiroga ). Mi innamorai follemente di lui qualche anno
prima, quando con i capelli tinti di rosso fuoco andò a conquistare
il titolo italiano con Varese con alcune giocate senza senso. La
passione per i più deboli mi appartiene per indole, ma vedere un
nano in mezzo ai giganti che domina per me non ha prezzo. E vederlo
entrare in questa partita e spaccarla totalmente nel secondo quarto mi manda fuori di testa. Un paio di triple folli, di cui una
pazzesca in transizione dopo rimbalzo in difesa e uomo lasciato sul
posto a centrocampo. E poi ripeto un concetto. Ha difeso. Non sempre,
non costantemente, ma un paio di giocate difensive come si deve le
fece e per lui era già un lusso. E poi prese fallo in post contro
Stombergas,
uno che gli dava 25 cm e ancora oggi non si capacità di come abbia
fatto, e anche il Poz se lo domanda.
Perché
vedere Galanda dopo ogni tripla che urla come un indemoniato è una
gioia.
Perché
avendoci giocato ( male ) a questo bel giochino apprezzo i dettagli
più piccoli.
E
questa partita è piena di piccoli dettagli. I famosi intangibles che
non vanno a referto ma che ti fanno vincere le partite. Marconato,
Chiagic e Galanda con i loro blocchi e tocchi a rimbalzo, Bulleri e
Soragna con la loro difesa, ma anche Mian, Garri e Rombaldoni con la
loro invasione di campo a ogni tripla segnata e con lo sventolio di
asciugamani. Tutti hanno dato il loro, nessuno ha risparmiato nulla.
Dodici uomini uniti per un unico obiettivo e che stanno in campo come
un'unica entità.
E
se ( anzi sicuramente ) non fossi stato convincente, potete rivederla :
PS
: Il commento è una delle cose più imbarazzanti della storia
sportiva italiana, ma basta togliere l'audio e il problema è
superato.
“La pressione la sente l'operaio
che la sera non riesce a dar da mangiare ai propri figli, noi abbiamo
un posto di lavoro saldo e siamo dei privilegiati ”
La domanda era di
un giornalista in conferenza stampa, il giorno prima della finale di
Champions di quest'anno.
Una risposta di
facciata, anche paracula forse. Ma se si conosce il personaggio si sa
che erano parole sentite. Perché lui operaio lo è stato per una
vita, anche se soltanto in campo, ma sempre di operaio si è
trattato. Lui è Diego Pablo Simeone detto anche El Cholo. Non
fraintendetemi, lo so cosa significa lavorare tutto il giorno
rispetto a fare il calciatore, però Simeone è stato un operaio del
pallone. Poca classe, poca tecnica, piedi discreti ma tanto cuore, tanto coraggio e soprattutto tanta corsa.
Si perché non era
un giocatore di talento, uno di quelli che rubano l'occhio per le
giocate spettacolari. Non era Zidane o Baggio, per restare nella
stessa epoca. Ma era uno di quei giocatori che ovunque è stato viene
ricordato con lo stesso amore con cui si ricordano i fuoriclasse. C'è
chi ti conquista con la giocata funambolica e chi lo fa con lo stare
novanta e più minuti a mordere le caviglie degli avversari, e
sinceramente sono questi i giocatori che preferisco.
Anche il soprannome
che gli è stato affibbiato, quando era un giovane promettente in
Argentina, fu il più azzeccato. El Cholo é l'abbreviazione di
un termine azteco che indica un tipo di mastino, uno di quelli che
quando ti prende non ti molla, praticamente la descrizione perfetta
del Simeone calciatore. Un mediano, un incontrista, chiamatelo come
preferite ma il suo unico scopo era rompere il gioco dell'avversario
e rubare palloni. Era il classico giocatore che rompeva i coglioni.
Il classico operaio del pallone che però ha avuto la possibilità di
andare in paradiso, da protagonista, toccandolo con un dito una volta
e arrivato davanti alla porta in un'altra. Sono le stagioni 99/00 e
2013/14 però andiamo con ordine.
Dopo gli inizi in
Argentina nel Velez, lo portò in Italia Romeo Anconetani,
personaggio che meriterebbe dei libri per raccontarlo, ma non ebbe il
successo sperato. Così si andò in Spagna, Siviglia per due anni poi
l'approdo all'Atletico Madrid. Ed è in Spagna che si inizia a notare
una sua caratteristica peculiare, perché è vero che era un
medianaccio che rompeva il gioco ma aveva anche uno spiccato senso
del gol. Quasi tutti di testa, quasi tutti da calcio piazzato. Non è
alto, un metro e settantasette, ma la testa non la usava solo per
impattare il pallone, la usava anche per arrivare prima degli altri.
Un senso dell'inserimento visto poche altre volte in un giocatore
delle sue caratteristiche. E quei goal valgono il raggiungimento di
uno dei punti più alti della sua carriera. Nel 95/96 lui con il suo
Atletico vanno a rompere il dominio incontrastato di Real e Barcelona
e si portarono a casa La Liga. E anche la Coppa Del Re. E furuno
dodici le sue reti in quel campionato, una storia che poi si
ripeterà.
Ma il suo carattere
difficilmente lo riesce a tenere fermo in un posto, come detto è un
giocatore tutto cuore e tante volte questa passione lo porta a
perdere la testa. L'Atletico lo cede all'Inter per tredici miliardi
di lire. Con l'Inter arriva il primo titolo europeo per Simeone, la
Coppa Uefa in finale contro la Lazio, un 3 a 0 sigillato da un goal
di Ronaldo che ancora tutti ricordano.
Durante la sua
permanenza sotto la Madonnina ha la sua seconda occasione al
Mondiale. Nel 1994 negli USA la sua avventura e quella della
nazionale Albiceleste si fermò agli ottavi contro una sorprendente
Romania guidata da George Hagi. Ma quello fu il mondiale di Maradona,
della nuova positività ai controlli antidoping e di una squadra
promettente ma che perdeva il proprio leader. Nel 1998 quei giovani
erano cresciuti e El Cholo
era il capitano di quella squadra. L'Argentina di diritto a ogni
inizio di mondiale rientra tra le favorite ed era così anche in
Francia. Una delle partite più belle di quel campionato la offrirono
proprio l'Argentina e l'Inghilterra negli ottavi di finale, partita
che i sudamericani portarono a casa dopo i calci di rigori, ma che
tutti ricordano per l'espulsione del giocatore simbolo degli
Albionici, quel David Beckham caduto ingenuamente nelle provocazioni
di Simeone. La corsa di quell'Argentina si fermò nei quarti, con un
capolavoro di Dennis Bergkamp al 90°. Una delusione enorme per tutta
la nazione, specialmente per il loro capitano.
Anche all'Inter non riesce a fermarsi, e dopo un altra stagione
deve partire di nuovo, anche se i tifosi nerazzurri lo ricordano
ancora con passione.Leggenda vuole che furono i rapporti non
idilliaci con Ronaldo a farlo andar via da Milano. Quell'estate il
presidente Moratti sborsò novanta miliardi per portarsi a casa Bobo
Vieri dalla Lazio di cui una parte, ventuno per la precisione, furono
scalati inserendo Simeone nella trattativa.
A Roma si svolge la
parte più significativa della sua carriera da calciatore, anche se
all'inizio nessuno lo avrebbe pensato. Arrivato a Roma si ritrova in
una delle squadre più forti che si potevano trovare all'epoca.
Marchegiani, Nesta, Mihajlovic, Nedved, Stankovic, Salas, Mancini
erano solo alcuni dei compagni che si ritrova nello spogliatoio. Ma
ci sono anche amici e connazionali come Sensini, Veron e Almeyda che
insieme al Cholo saranno fondamentali per quella squadra. La
stagione 99/00 si apre con la vittoria della Supercoppa Europea
contro il Manchester United a Montecarlo. Un goal di Salas fece
vincere alla Lazio il secondo titolo europeo della sua storia ( dopo
la Coppa Delle Coppe della stagione precedente ), ma quella partita
vede Simeone partire dalla panchina e entrare al 66' al posto di
Nedved per difendere il risultato contro un Manchester non in serata,
ma pericoloso solo leggendo la formazione. E il non essere titolare
si riverificò per quasi tutta la prima parte della stagione. La
squadra disegnata da mister Eriksson vedeva in mezzo al campo la
coppia Veron-Almeyda che non lasciava molto spazio agli altri.
A inizio campionato
la Lazio vola, l'obiettivo è lo scudetto sfuggito all'ultima
giornata la stagione precedente, e si punta a fare bene anche in
Champions League. Ma per Simeone lo spazio è sempre poco. Trova più
posto in Coppa Campioni dove mister Eriksson lascia spazio a qualche
giocatore che gioca meno. Ed è qui che Simeone comincia a
guadagnarsi lo spazio che merita, a suon di prestazioni di sostanza,
come sempre poco spettacolari ma a quello c'erano altri giocatori a
pensarci. Il cambio di direzione della stagione del Cholo si
ha intorno a gennaio. Al rientro dalla pausa natalizia la Lazio trova
qualche difficoltà a ritrovare il passo di inizio stagione, perdendo
a Venezia e pareggiando con Reggina e Cagliari nelle
giornate successive, risultati che costarono il sorpasso in testa
alla classifica in favore della Juventus. E qua arriva la svolta.
Eriksson decide di mettere mano alla squadra, mettendo in campo un
4-5-1, con Veron, Nedved e Conceicao alle spalle di Simone Inzaghi, e
Almeyda e Simeone a coprire le spalle ai quattro davanti. A vederlo
oggi si parlerebbe di 4-2-3-1 che ora va tanto di moda, ma all'epoca le linee erano ancora tre, quindi passava per un modulo
difensivista...
Ma più che il
cambio di modulo fu l'inserimento in squadra di Simeone a dare una
scossa a quella squadra. A forza di prestazioni intense riuscì a
spingere la i suoi compagni a riprendere il ritmo che sembravano aver
perso a fine dicembre. Quella Lazio era una squadra piena di leader e
di personalità forti. Anche troppo visto che gli allenamenti assomigliavano spesso a delle partite vere. Al punto che in uno di questi allenamenti si passo direttamente alle mani, con Couto e Simeone al centro del quadrato. Chi ebbe la meglio non si sa, si sa solo che nessuno voleva perdere in quella squadra. Mancini, Mihajlovic,
Couto, Veron ma tra tutti fu la personalità del Cholo
a prendere il
sopravvento e a guidare i compagni. E la dimostrazione la diede nel
finale di campionato. Alcuni punti persi per strada portarono la
Lazio ad arrivare al 1 Aprile, allo scontro diretto contro la
capolista Juventus sotto di sei punti. La partita è tesa, entrambe
le squadre hanno paura di perdere. Sanno che una sconfitta sarebbe
tremenda visto che alla fine del campionato mancano solo sei
giornate. Ci sono partite che vincono i campioni e altre partite che
le vincono gli uomini, in questo caso serviva un vero uomo per
sbloccare la situazione. Al 20' del secondo tempo l'arbitro Farina
espelle Ferrara per doppia ammonizione. Il gioco riparte, la palla
arriva sulla destra a Veron che alza lo sguardo verso l'area e vede
arrivare un centrocampista in area, cross perfetto e Simeone di testa
ad anticipare i difensori mette la palla alla destra di Van Der Sar.
Lazio a tre punti dalla Juventus e campionato riaperto. L'immagine
del Cholo sotto il settore dei tifosi laziali che fa il tre con la mano è
ancora incisa nella memoria di tutti i tifosi della Lazio. Nelle
ultime quattro di campionato la Lazio completerà la rimonta e
arriverà a vincere il secondo titolo della sua storia. Non mi
soffermerò sull'ultima giornata di quel campionato, su quel
Perugia-Juventus che fa ancora discutere dopo quasi quindici anni. Ma
in quelle ultime quattro partite Simeone mise il sigillo su tutte e
quattro, sempre di testa, facendo infuocare sempre di più i tifosi
della Lazio. Andando sempre sotto la curva e voltandosi di spalle
andava a indicare con i pollici quel numero 14 sulla maglia. Quel
numero che li stava portando al trionfo. E il trionfo fu doppio visto
che i biancoazzurri portarono a casa anche la Coppa Italia, vincendo
la finale con l'Inter 2 a 1 all'andata e 0 a 0 al ritorno. Indovinate
di chi fu il goal che diede la coppa alla Lazio? C'è bisogno di
dirlo?
Ma quella fu la partita di Ronaldo e del secondo legamento saltato.
Al rientro dopo mesi dal primo infortunio trotterella per il campo, poi un lampo. Una ribattuta dalla difesa, Ronaldo la stoppa e punta la
porta a tutta velocità. Davanti ha Couto, arrivato al limite
dell'area va con il famosissimo doppio passo che aveva già fatto
male alla Lazio. Ma sul secondo movimento il ginocchio destro non
tiene e Ronaldo crolla dolorante sull'erba. Mentre lo stadio è in
silenzio totale e i giocatori girano per il campo con le mani nei
capelli, l'unico accanto al Fenomeno è proprio il vecchio nemico
Simeone. Tanto cattivo e agonista in campo quanto leale e rispettoso,
anche con chi lo aveva fatto andar via dall'Inter pochi mesi prima.
Quel
2000 creò un rapporto tra Simeone e i tifosi laziali che niente
avrebbe diviso. I cori per El
Cholo si possono sentire
ancora oggi a distanza di tre lustri. Un rapporto fatto di poche
parole e tanti gesti, uno in particolare è ancora tra i simboli del
derby romano. Una partita che non è mai stata come le altre, una
partita che porta a odiarsi per settimane anche tra fidanzati. Il
giorno è il 29 aprile 2001, in posticipo serale si scontrano Lazio e
Roma mai come in quell'anno a altissimi livelli. La Roma è prima
lanciata verso il suo 3° scudetto e la Lazio è terza e sta provando
un rimonta difficile dopo le difficoltà di inizio stagione. Mr
Eriksson ha lasciato la squadra attirato dalla nazionale inglese (
tutto si lega nella storia di Simeone ) e in panchina c'è Zoff.
Nella Lazio sono arrivati altri due argentini, Crespo e Castroman, che
vanno a aumentare il numero di connazionali del Cholo
nello spogliatoio. La
partita nel primo tempo è brutta come spesso accade nelle
stracittadine romane. Nel secondo tempo la Roma rientra furiosa e in
dieci minuti si porta sul 2 a 0 con reti di Delvecchio e Batistuta.
Ma la Lazio non ci sta a far praticamente vincere lo scudetto alla
Roma davanti ai propri tifosi e accorcia le distanze a una decina di
minuti dalla fine con un sinistro al volo da fuori area di Nedved. La
Lazio continua a spingere e al 94° c'è un calcio d'angolo dalla
sinistra, Mihajlovic lo batte a uscire un difensore romanista la
butta fuori e Castroman al volo di destro la mette all'angolino. La
curva nord esplode, tutta la squadra va sotto la curva e Simeone fa un
gesto che ogni tifoso della Lazio ha fatto in quella curva. Si
rivolse alla curva romanista e prese le sue parti intime tra le mani,
a far intendere dove avrebbero dovuto attaccarsi i tifosi della Roma.
Uno di quei gesti che fanno impazzire i tuoi tifosi e ti farà odiare
a morte dagli avversari. Di certo non il gesto più signorile ed
elegante del mondo, ma nella mentalità comune l'operaio non viene
associato con un nobile...
Le stagioni laziali in totale furono quattro, ma dopo quel 2001 gli
infortuni iniziarono a perseguitarlo, giocò sempre meno e alla fine,
visti anche i problemi societari della Lazio dovette lasciare Roma,
dove i tifosi ancora lo osannano come un eroe. Tornò a Roma da
allenatore dell'Atletico nel 2012 per una partita di Europa League.
Il prepartita fu una specie di tributo di un popolo al proprio
condottiero.
Si perché uno come Simeone dopo tanti anni a lottare in mezzo al
campo decise che ancora non era finito il tempo di lottare e continuò
a farlo in panchina. Due scudetti vinti in Argentina con Estudiantes
( con Veron in campo ) e con il River. Poi in Italia la non esaltante
avventura con il Catania, il rientro in patria al Racing e poi la
chiamata dell'Atletico. Nelle prime due stagioni il palmares recita:
1 coppa del Re, 1 Europa League e 1 Supercoppa Europea. Che già così
non suonerebbe male. La stagione 2013/14 inizia con l'Atletico
considerato la terza forza, sempre dietro a Real e Barcelona.
El
Cholo
ha appena perso il miglior giocatore della sua squadra, quel Falcao
venduto al Monaco per tanti soldi, ma che portava in dote una
trentina di goal l'anno. La squadra è plasmata a sua immagine e
somiglianza. È una squadra di operai tutti dediti alla causa. Anche
Diego Costa, chiamato a prendere il posto di Falcao e autore di goal
a raffica, lotta e combatte su ogni pallone. La stagione parte
fortissimo con otto vittorie di fila prima dello stop contro
l'Espanyol. Ma poi si ricomincia a marciare con la squadra sempre
concentrata sull'obiettivo. Ma staccare Real e Barcelona è impresa
quasi impossibile. E la squadra marcia anche in Champions League dove
dopo aver passato agilmente il girone elimina nell'ordine Milan,
Barcelona e Chelsea. Mai partendo come favorita. Nella Liga sembrava
fatta a quattro giornate alla fine, poi una sconfitta a Levante e un
pareggio in casa con il Malaga sembravano aver messo il titolo nelle
mani del Barca. Ci si ritrova così in sette giorni a giocarsi una
stagione. 17 maggio Barcelona – Atletico, 24 maggio Real –
Atletico. Le rivali di sempre per dividere una stagione trionfale da
una stagione da tragedia. Perché è vero che L'Atletico non era
considerato da nessuno per la vittoria di entrambe le competizioni,
ma arrivarci a un centimetro e non riuscire a prenderle sarebbe stato
anche peggio che non esserci proprio arrivati. Come detto se nel 2000
il paradiso è stato toccato questa volta Simeone era davanti alle
porte in attesa che si aprissero.
Al Camp Nou la situazione è
questa: 99mila contro 447. Questi erano i tifosi sugli spalti. Quasi
centomila catalani contro neanche cinquecento madrileni, relegati in
cima allo stadio dove i giocatori li immagini più che vederli. E
quando nel primo tempo El
Niño Maravilla Sanchez infila una cannonata tra il palo e Courtois
quei centomila sono esplosi, tutti convinti di avere in mano La Liga.
Ma i Colchoneros avevano a disposizione due risultati su tre, il
Barcà costretto a vincere. E nella ripresa la squadra di Simeone
rientra in campo completamente ribaltata, con una voglia di
riprendere quella partita che non c'era nel primo tempo. E quando
Godin infila di testa la palla dell'1 a 1 sono i 447 a fare festa,
così come dopo pochi minuti tutti i tifosi dell'Atletico saranno
intorno alla Fuente de Neptuno a
festeggiare un titolo atteso diciassette anni. Simeone e i suoi non
hanno portato a casa il titolo con la tecnica o con la classe. Lo
hanno fatto con la voglia e la grinta, esatta riproduzione di quello
che era El
Cholo in
campo.
E
dopo una settimana viene riproposta di nuovo la sfida tra Davide e
Golia. E se al Camp Nou aveva avuto la meglio il più piccolo tra i
contendenti, a Lisbona la sfida era ancora più importante. La
Champions League ha un valore nettamente superiore a qualsiasi
campionato nazionale, quando te la giochi contro i rivali cittadini
deve avere un sapore ancor più speciale. E Simeone mette in campo la
squadra come al solito. Pressing alto e costante, ripartenze veloci e
la gamba non va mai tolta. E per 92 minuti aveva funzionato alla
perfezione, con il solito Godin a infilare Golia. Ma purtroppo la
vita è fatta così, non sempre vince Davide. E più vedo il goal di
Sergio Ramos al 93° e più mi sembra di rivedere uno dei goal che
avevano reso grande El
Cholo.