venerdì 13 giugno 2014

I Nostri Giganti - Italia Mondiale

I Mondiali di calcio sono il coronamento di un'intera carriera. Ma non per forza vincerli, solo il giocarli per alcuni atleti è il punto più alto di una vita. È la sublimazione del proprio lavoro, delle proprie fatiche, di una vita dietro a un pallone.
Per noi italiani il Mondiale è quel mese ogni quattro anni in cui ci ricordiamo di amare la patria, o di odiarla più del solito. Quel periodo che parte da un paio di mesi prima in cui il nostro essere tutti allenatori esce fuori andando a criticare ogni singolo respiro del CT o dei giocatori. In cui per settimane si sente dire “Eh ma ha lasciato a casa questo e portato quell'altro”. E quel momento in cui, se le cose vanno bene, ritiriamo fuori dai cassetti tricolori ormai sbiaditi e che non ricordavamo neanche più di avere. Il Mondiale è quella cosa che se ne usciamo vittoriosi ci farà perdonare qualsiasi cosa ai giocatori che ci hanno portato al trionfo, anche i crimini più crudeli.
E il Mondiale di calcio regala spesso storie al limite tra realtà e fantasia, in quel mese ci offre campioni al massimo del loro splendore e illustri sconosciuti che diventano eroi di una nazione.
Ogni paese ha avuto i suoi eroi, e l'Italia con le sue diciassette partecipazioni non è da meno. Anzi avendo dei risultati di tutto rispetto ( 4 vittorie, 2 secondi posti, 1 terzo ) possiamo dire che per ogni edizione in cui abbiamo partecipato abbiamo un giocatore simbolo di quel Mondiale. Non andrò troppo indietro nel tempo, ma mi concentrerò su quelli che ricordo personalmente, quelli che mi hanno fatto gioire e disperare, ma che comunque hanno regalato emozioni.

Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro.”

Il primo ricordo che ho dei Mondiali di calcio è del 1990. Non capivo bene cosa succedesse ma ricordo tutta la famiglia riunita davanti alla tv, che urlava, inveiva e esultava. E ricordo un siciliano dagli occhi spiritati che era sempre inquadrato dalle telecamere della Rai. Ho scoperto solo in seguito chi fosse e la sua storia. Palermitano di nascita arrivava a quei Mondiali come sesta scelta nel ruolo di punta, con davanti gente del calibro di Mancini, Vialli, Serena e Carnevale. Nelle due stagioni precedenti tra Messina e Juventus aveva segnato 38 goal tra serie A e B. La stagione 89/90 con i bianconeri gli era valsa la convocazione in nazionale all'ultimo momento. E al debutto iridato contro l'Austria venne buttato in campo sullo 0 a 0 e dopo 4 minuti era già a esultare. Come si dice in questi casi Schillaci è stato il vero e proprio Uomo del Destino. In quel Mondiale qualsiasi cosa toccava si trasformava in goal. Sei in totale, segnò in tutte le partite dell'Italia, anche nella semifinale contro l'Argentina che ci vide sconfitti ai rigori. Capocannoniere del Mondiale, secondo nella classifica del pallone d'oro di quell'anno e tutta la nazione che lo amava. Considerando il fatto che all'epoca aveva 26 anni sembrava il trampolino per un finale di carriera fantastico. Le successive quattro stagioni tra Juventus e Inter segnarono un totale di 22 goal in campionato, una media di neanche sei l'anno. Praticamente la sua carriera di calciatore si concluse il 7 Lugio 1990 a Bari nella finale per il 3° posto contro l'Inghilterra, ma per noi italiani il nome di Schillaci è comunque ricordato insieme a quello dei più grandi della storia calcistica nostrana. Andò poi a trovare fortuna in Giappone, al Jubilo Iwata dove divenne una leggenda vivente come in Italia.

    Davanti a lui c'è il mondo e ha tutto per conquistarlo. A venticinque anni, è come un pozzo di petrolio, dal quale è stato estratto pochissimo greggio.” - Giovanni Trapattoni

A Italia 90 a suon di grandi prestazioni si guadagnò un posto da titolare accanto a Schillaci un giovane talento con il numero 15 sulle spalle. Aveva fatto parlare di se nel ritiro dell'Italia viste le proteste dei tifosi fiorentini per la sua cessione alla Juventus. Che fosse fortissimo lo si sapeva e lo si era già visto a Firenze, ma con il goal contro la Cecoslovacchia nel girone fece aprire gli occhi al mondo intero. Giannini serve palla a Baggio ( Non avevo ancora fatto il suo nome ma mi sembrava scontato ) che riceve sulla linea di centrocampo largo a sinistra, triangolo con Giannini e scatto verso l'area, evita il tackle di un difensore cecoslovacco, entra in area, frenata per mandare a vuoto un altro difensore e spiazza il portiere. Una delle tante magie regalateci da Roberto nella sua carriera. Ora serve una premessa. Pelè l'ho visto nei filmati d'archivio, idem per Cruijff. Maradona lo ricordo poco ma quel che ricordo io era del periodo in cui il meglio lo aveva già dato. Ecco se mi chiedete chi è il più forte che ho mai visto giocare la risposta è Roberto Baggio. Ma se a Italia 90 si fece conoscere al mondo, quattro anni dopo sarebbe stato il suo Mondiale.
Usa 94 è stato un Mondiale strano. È stato il Mondiale di Escobar e della sua triste fine, della triste fine di carriera di Maradona, delle prove tv, del caldo afoso, il Mondiale di un bambino di nove anni che non capiva perché mentre giocavano e da noi era notte là era giorno ( Non avevo ancora compreso benissimo il senso di fuso orario ). E doveva essere il Mondiale di Roberto Baggio. Arrivava a quel campionato con gli occhi del mondo addosso. Era il più forte di tutti, e tutti lo attendevano. Arrivava con il Pallone d'Oro e il Fifa World Player vinti nel dicembre precedente. Ma il Mondiale americano iniziò bene per noi e per Roberto. Le difficoltà nel gioco, la sostituzione contro la Norvegia dopo pochi minuti per l'espulsione di Pagliuca e il gesto a Sacchi a far intendere che fosse pazzo. Un goal di Massaro contro il Messico nell'ultima partita ci qualifica per gli ottavi come miglior terza. Ci tocca la Nigeria, una delle sorprese del torneo fino a quel punto. Siamo sotto, Zola viene espulso incomprensibilmente e ci avviamo a una mesta e meritata uscita dal torneo. Ma come dicevano in un famoso film il genio è fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. A due minuti dalla fine della partita un incursione a destra di Mussi che tocca all'indietro per Baggio che mette la palla a 2 cm dal palo. E nei supplementari su rigore ci regala la qualificazione. Nei quarti contro la Spagna e in semifinale contro la Bulgaria c'è un uomo solo al comando. Come un novello Paolo Rossi ci guida alla finale contro il Brasile. E tutti sappiamo come è finita. Il nostro eroe che ci aveva portato fin là, manda il rigore alto di pochi centimetri. Quel rigore non cambiò le cose, perché per vincere avrebbe dovuto sbagliare il rigore il Brasile, ma ai nostri occhi quel Mondiale fu perso per quel rigore.



E a pochi centimetri dal cielo ci porterà quattro anni dopo in Francia, quando nel quarto di finale contro i padroni di casa durante i tempi supplementari una sua fantastica volèe esce di un nulla alla destra di Barthez. Poteva diventare un'altra volta eroe in un Mondiale dove non doveva neanche esserci. Non ci ha portato al successo finale ma di sicuro negli ultimi venticinque anni è il giocatore che ci ha fatto sognare di più, oltre a essere il più forte.
Quattro anni dopo l'uomo del destino si chiamava Byron Moreno e preferisco soprassedere su quel Mondiale, vista la grama figura fatta anche al netto dell'arbitraggio. Si perché una delle nostre caratteristiche peculiari è di rendere sempre bene nelle manifestazioni importanti, ma
quando le toppiamo, il tonfo risuona per anni.

Un Eroe è colui che fa ciò che può. Gli altri non lo fanno” - Romain Rolland

Il 2006 inizia nel peggiore/migliore dei modi. Arriviamo in Germania con lo scandalo Calciopoli in corso, cosa che ci stava facendo deridere dal resto del Mondo. Cosa che come al solito creò un gruppo compatto e unito contro tutto e tutti, e forse ci fece sottovalutare dalle altre squadre. Quella era la nazionale di Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero e Toni ma le immagini più belle ce le hanno regalate altri uomini. Marco Materazzi veniva da diverse buone stagioni all'Inter ed era il terzo centrale dietro a Nesta e Cannavaro. Un buon mestierante, ruvido e senza fronzoli ( si dice così dei difensori che picchiano ), e pronto a stare in panchina dietro a due mostri sacri del ruolo. Ma l'infortunio di Nesta lo catapulta in campo da titolare. Un goal contro la Repubblica Ceca che ci spiana la strada verso la qualificazione, l'espulsione contestabile negli ottavi contro l'Australia che ci fa soffrire più del previsto, ma soprattutto il goal del pareggio in finale contro gli odiati Francesi. Ma è ricordato dal mondo intero per gli ultimi minuti di quella partita. In Francia c'è anche una statua che immortala l'evento. Siamo nei supplementari, calcio d'angolo per i francesi con la difesa italiana che spazza. La telecamera segue la palla ma poi torna indietro e c'è Materazzi a terra dolorante. Buffon e Cannavaro vanno dal guardalinee a protestare. Il replay ( che alcuni dicono sia stato d'aiuto al quarto uomo ) ci mostra il capitano francese Zinedine Zidane che colpisce con una testata in petto il difensore italiano. La fine di una carriera meravigliosa con un gesto non del tutto inaspettato per chi conosce il personaggio. E l'immagine di Zidane che esce passando accanto alla coppa è stata subito storica. Magari sarebbe finita nello stesso modo, ma mi piace pensare che è stato quello l'episodio che ha girato l'inerzia in nostro favore. 

Ma il vero Uomo del Destino di quel Mondiale è stato un altro, del tutto inatteso. Veniva dal Palermo e giocava terzino sinistro. Arrivò in Germania più che altro per mancanza di alternative nel suo ruolo. E non partì titolare. A destra c'era Zaccardo e a sinistra Zambrotta. Ma le prime partite di Zaccardo fecero si che Lippi spostò Zambrotta a destra e mise lui a sinistra. L'inizio di una favola. Negli ottavi contro l'Australia si procurò al 90° il rigore, molto dubbio, che Totti trasformò per portarci ai quarti. Ma il meglio doveva ancora venire. La semifinale contro la Germania in casa loro è una di quelle partite che non si scordano. Novanta minuti di tensione per un nulla di fatto. Nei supplementari partiamo forte e colpiamo due pali, uno con Gilardino e uno con Zambrotta. Sembrava che la sorte fosse dalla parte dei tedeschi. Al 118° Iaquinta libera Pirlo che da fuori area tira ma Lehmann manda in angolo. Del Piero dalla bandierina, ribatte la difesa tedesca, la palla finisce a Pirlo che trova lui in mezzo all'area, sinistro a girare sul palo lontano. Poi il buio. Per qualche secondo c'è un vuoto, poi gli occhi tornano sulla tv e c'è Fabio Grosso che corre per il campo scuotendo il capo. È quasi in lacrime. E lo eravamo tutti. L'illustre sconosciuto che manda fuori quelli che fino al giorno della partita insistevano con la storia della pizza e del mandolino. E già qui sarebbe una favola bellissima. Ma non contento Lippi decide di mettere la ciliegina sulla torta e in finale contro la Francia, giunti ai rigori, decide che è Grosso a battere l'ultimo rigore. Quella rincorsa sarà durata una vita, ma non scorderò mai lo sguardo di Grosso sul dischetto. Un abbozzo di sorriso, magari senza rendersene conto, a rivederlo sembrava che sapesse già come sarebbe finita...



Tra qualche giorno inizierà il Mondiale brasiliano. Nessuno punta un centesimo su di noi e forse è anche meglio così. Sono settimane che si leggono e si sentono critiche sulle convocazioni, su chi è rimasto a casa e su chi invece è tra i ventitré che vestiranno d'azzurro. Ma prima di criticare, aspettiamo. Che magari il nostro nuovo eroe è già là e aspetta solo il momento giusto per palesarsi. 

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