I Mondiali di calcio sono il
coronamento di un'intera carriera. Ma non per forza vincerli, solo il
giocarli per alcuni atleti è il punto più alto di una vita. È la
sublimazione del proprio lavoro, delle proprie fatiche, di una vita
dietro a un pallone.
Per noi italiani il Mondiale è quel
mese ogni quattro anni in cui ci ricordiamo di amare la patria, o di
odiarla più del solito. Quel periodo che parte da un paio di mesi
prima in cui il nostro essere tutti allenatori esce fuori andando a
criticare ogni singolo respiro del CT o dei giocatori. In cui per
settimane si sente dire “Eh ma ha lasciato a casa questo e portato
quell'altro”. E quel momento in cui, se le cose vanno bene,
ritiriamo fuori dai cassetti tricolori ormai sbiaditi e che non
ricordavamo neanche più di avere. Il Mondiale è quella cosa che se
ne usciamo vittoriosi ci farà perdonare qualsiasi cosa ai giocatori
che ci hanno portato al trionfo, anche i crimini più crudeli.
E il Mondiale di calcio regala spesso
storie al limite tra realtà e fantasia, in quel mese ci offre
campioni al massimo del loro splendore e illustri sconosciuti che
diventano eroi di una nazione.
Ogni paese ha avuto i suoi eroi, e
l'Italia con le sue diciassette partecipazioni non è da meno. Anzi
avendo dei risultati di tutto rispetto ( 4 vittorie, 2 secondi posti,
1 terzo ) possiamo dire che per ogni edizione in cui abbiamo
partecipato abbiamo un giocatore simbolo di quel Mondiale. Non andrò
troppo indietro nel tempo, ma mi concentrerò su quelli che ricordo
personalmente, quelli che mi hanno fatto gioire e disperare, ma che
comunque hanno regalato emozioni.
“Nemmeno
un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci
sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto.
Basta che respiri e la metti dentro.”
Il primo ricordo che ho dei Mondiali di
calcio è del 1990. Non capivo bene cosa succedesse ma ricordo tutta
la famiglia riunita davanti alla tv, che urlava, inveiva e esultava.
E ricordo un siciliano dagli occhi spiritati che era sempre
inquadrato dalle telecamere della Rai. Ho scoperto solo in seguito
chi fosse e la sua storia. Palermitano di nascita arrivava a quei
Mondiali come sesta scelta nel ruolo di punta, con davanti gente del
calibro di Mancini, Vialli, Serena e Carnevale. Nelle due stagioni
precedenti tra Messina e Juventus aveva segnato 38 goal tra serie A e
B. La stagione 89/90 con i bianconeri gli era valsa la convocazione
in nazionale all'ultimo momento. E al debutto iridato contro
l'Austria venne buttato in campo sullo 0 a 0 e dopo 4 minuti era già
a esultare. Come si dice in questi casi Schillaci è stato il vero e
proprio Uomo del Destino. In quel Mondiale qualsiasi cosa toccava si
trasformava in goal. Sei in totale, segnò in tutte le partite
dell'Italia, anche nella semifinale contro l'Argentina che ci vide
sconfitti ai rigori. Capocannoniere del Mondiale, secondo nella
classifica del pallone d'oro di quell'anno e tutta la nazione che lo
amava. Considerando il fatto che all'epoca aveva 26 anni sembrava il
trampolino per un finale di carriera fantastico. Le successive
quattro stagioni tra Juventus e Inter segnarono un totale di 22 goal
in campionato, una media di neanche sei l'anno. Praticamente la sua
carriera di calciatore si concluse il 7 Lugio 1990 a Bari nella
finale per il 3° posto contro l'Inghilterra, ma per noi italiani il
nome di Schillaci è comunque ricordato insieme a quello dei più
grandi della storia calcistica nostrana. Andò poi a trovare fortuna
in Giappone, al Jubilo Iwata dove divenne una leggenda vivente come
in Italia.
“Davanti
a lui c'è il mondo e ha tutto per conquistarlo. A venticinque anni,
è come un pozzo di petrolio, dal quale è stato estratto pochissimo
greggio.” - Giovanni Trapattoni
A Italia 90 a suon di grandi prestazioni si guadagnò un posto da titolare accanto a Schillaci un giovane talento con il numero 15 sulle spalle. Aveva fatto parlare di se nel ritiro dell'Italia viste le proteste dei tifosi fiorentini per la sua cessione alla Juventus. Che fosse fortissimo lo si sapeva e lo si era già visto a Firenze, ma con il goal contro la Cecoslovacchia nel girone fece aprire gli occhi al mondo intero. Giannini serve palla a Baggio ( Non avevo ancora fatto il suo nome ma mi sembrava scontato ) che riceve sulla linea di centrocampo largo a sinistra, triangolo con Giannini e scatto verso l'area, evita il tackle di un difensore cecoslovacco, entra in area, frenata per mandare a vuoto un altro difensore e spiazza il portiere. Una delle tante magie regalateci da Roberto nella sua carriera. Ora serve una premessa. Pelè l'ho visto nei filmati d'archivio, idem per Cruijff. Maradona lo ricordo poco ma quel che ricordo io era del periodo in cui il meglio lo aveva già dato. Ecco se mi chiedete chi è il più forte che ho mai visto giocare la risposta è Roberto Baggio. Ma se a Italia 90 si fece conoscere al mondo, quattro anni dopo sarebbe stato il suo Mondiale.
Usa 94 è stato un Mondiale strano. È
stato il Mondiale di Escobar e della sua triste fine, della triste
fine di carriera di Maradona, delle prove tv, del caldo afoso, il
Mondiale di un bambino di nove anni che non capiva perché mentre
giocavano e da noi era notte là era giorno ( Non avevo ancora
compreso benissimo il senso di fuso orario ). E doveva essere il
Mondiale di Roberto Baggio. Arrivava a quel campionato con gli occhi
del mondo addosso. Era il più forte di tutti, e tutti lo
attendevano. Arrivava con il Pallone d'Oro e il Fifa World Player
vinti nel dicembre precedente. Ma il Mondiale americano iniziò bene
per noi e per Roberto. Le difficoltà nel gioco, la sostituzione
contro la Norvegia dopo pochi minuti per l'espulsione di Pagliuca e
il gesto a Sacchi a far intendere che fosse pazzo. Un goal di Massaro
contro il Messico nell'ultima partita ci qualifica per gli ottavi
come miglior terza. Ci tocca la Nigeria, una delle sorprese del
torneo fino a quel punto. Siamo sotto, Zola viene espulso
incomprensibilmente e ci avviamo a una mesta e meritata uscita dal
torneo. Ma come dicevano in un famoso film il genio è fantasia,
intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. A due minuti
dalla fine della partita un incursione a destra di Mussi che tocca
all'indietro per Baggio che mette la palla a 2 cm dal palo. E nei
supplementari su rigore ci regala la qualificazione. Nei quarti
contro la Spagna e in semifinale contro la Bulgaria c'è un uomo solo
al comando. Come un novello Paolo Rossi ci guida alla finale contro
il Brasile. E tutti sappiamo come è finita. Il nostro eroe che ci
aveva portato fin là, manda il rigore alto di pochi centimetri. Quel
rigore non cambiò le cose, perché per vincere avrebbe dovuto
sbagliare il rigore il Brasile, ma ai nostri occhi quel Mondiale fu
perso per quel rigore.
E a pochi centimetri dal cielo ci
porterà quattro anni dopo in Francia, quando nel quarto di finale
contro i padroni di casa durante i tempi supplementari una sua
fantastica volèe esce di un nulla alla destra di Barthez. Poteva
diventare un'altra volta eroe in un Mondiale dove non doveva neanche
esserci. Non ci ha portato al successo finale ma di sicuro negli
ultimi venticinque anni è il giocatore che ci ha fatto sognare di
più, oltre a essere il più forte.
Quattro anni dopo l'uomo del destino si
chiamava Byron Moreno e preferisco soprassedere su quel Mondiale,
vista la grama figura fatta anche al netto dell'arbitraggio. Si
perché una delle nostre caratteristiche peculiari è di rendere
sempre bene nelle manifestazioni importanti, ma
quando le toppiamo, il tonfo risuona per anni.
quando le toppiamo, il tonfo risuona per anni.
“Un Eroe è colui che fa ciò che
può. Gli altri non lo fanno” - Romain Rolland
Il 2006 inizia nel peggiore/migliore
dei modi. Arriviamo in Germania con lo scandalo Calciopoli in corso,
cosa che ci stava facendo deridere dal resto del Mondo. Cosa che come
al solito creò un gruppo compatto e unito contro tutto e tutti, e
forse ci fece sottovalutare dalle altre squadre. Quella era la
nazionale di Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero e Toni
ma le immagini più belle ce le hanno regalate altri uomini. Marco
Materazzi veniva da diverse buone stagioni all'Inter ed era il terzo
centrale dietro a Nesta e Cannavaro. Un buon mestierante, ruvido e
senza fronzoli ( si dice così dei difensori che picchiano ), e
pronto a stare in panchina dietro a due mostri sacri del ruolo. Ma
l'infortunio di Nesta lo catapulta in campo da titolare. Un goal
contro la Repubblica Ceca che ci spiana la strada verso la
qualificazione, l'espulsione contestabile negli ottavi contro
l'Australia che ci fa soffrire più del previsto, ma soprattutto il
goal del pareggio in finale contro gli odiati Francesi. Ma è ricordato dal mondo intero per gli ultimi minuti di quella partita. In Francia c'è anche una statua che immortala l'evento. Siamo nei supplementari, calcio d'angolo per i francesi con la difesa italiana che spazza. La telecamera segue la palla ma poi torna indietro e c'è Materazzi a terra dolorante. Buffon e Cannavaro vanno dal guardalinee a protestare. Il replay ( che alcuni dicono sia stato d'aiuto al quarto uomo ) ci mostra il capitano francese Zinedine Zidane che colpisce con una testata in petto il difensore italiano. La fine di una carriera meravigliosa con un gesto non del tutto inaspettato per chi conosce il personaggio. E l'immagine di Zidane che esce passando accanto alla coppa è stata subito storica. Magari sarebbe finita nello stesso modo, ma mi piace pensare che è stato quello l'episodio che ha girato l'inerzia in nostro favore.
Ma il vero Uomo del Destino di quel
Mondiale è stato un altro, del tutto inatteso. Veniva dal Palermo e
giocava terzino sinistro. Arrivò in Germania più che altro per
mancanza di alternative nel suo ruolo. E non partì titolare. A
destra c'era Zaccardo e a sinistra Zambrotta. Ma le prime partite di
Zaccardo fecero si che Lippi spostò Zambrotta a destra e mise lui a
sinistra. L'inizio di una favola. Negli ottavi contro l'Australia si
procurò al 90° il rigore, molto dubbio, che Totti trasformò per
portarci ai quarti. Ma il meglio doveva ancora venire. La semifinale
contro la Germania in casa loro è una di quelle partite che non si
scordano. Novanta minuti di tensione per un nulla di fatto. Nei
supplementari partiamo forte e colpiamo due pali, uno con Gilardino e
uno con Zambrotta. Sembrava che la sorte fosse dalla parte dei
tedeschi. Al 118° Iaquinta libera Pirlo che da fuori area tira ma
Lehmann manda in angolo. Del Piero dalla bandierina, ribatte la
difesa tedesca, la palla finisce a Pirlo che trova lui in mezzo
all'area, sinistro a girare sul palo lontano. Poi il buio. Per
qualche secondo c'è un vuoto, poi gli occhi tornano sulla tv e c'è
Fabio Grosso che corre per il campo scuotendo il capo. È quasi in
lacrime. E lo eravamo tutti. L'illustre sconosciuto che manda fuori
quelli che fino al giorno della partita insistevano con la storia
della pizza e del mandolino. E già qui sarebbe una favola
bellissima. Ma non contento Lippi decide di mettere la ciliegina
sulla torta e in finale contro la Francia, giunti ai rigori, decide
che è Grosso a battere l'ultimo rigore. Quella rincorsa sarà durata
una vita, ma non scorderò mai lo sguardo di Grosso sul dischetto. Un
abbozzo di sorriso, magari senza rendersene conto, a rivederlo
sembrava che sapesse già come sarebbe finita...

Nessun commento:
Posta un commento