venerdì 20 giugno 2014

Il Mio Primo Quintetto NBA

La prima volta che ho visto una palla arancione con venature nere avevo 9 anni. Parliamo di due decenni fa. Dopo anni di nuoto mi ero stancato di fare avanti e indietro in una vasca piena d'acqua e avevo chiesto a mamma di fare qualcosa di diverso. Le sue obiezioni erano relative al fatto che il nuoto mi faceva bene, ma io mi ero stufato. Iniziò il classico giro delle sette chiese per trovare lo sport adatto. Ne provai un paio che sinceramente ho rimosso, poi un giorno andammo in una palestra vicino casa per fare la prova per la pallavolo. Ma si arrivò tardi e la pallavolo stava finendo, subito dopo iniziava l'allenamento di mini basket e provai quello. Ecco se il famoso colpo di fulmine esiste, io lo provai in quel momento. Io e la palla a spicchi ci siamo incontrati quel giorno e ci dobbiamo ancora lasciare.
Mai stato un giocatore eccelso, un mestierante più che altro, di quelli che si sbattono e se riescono a chiudere il referto con 2 punti è già una soddisfazione. La stazza mi portò molto lontano dal ferro e il mio allenatore era uno della vecchia scuola, di quelli che il playmaker deve far girare la squadra e il canestro non lo deve neanche guardare. Uniteci una passione smodata per tale John Stockton e capirete che il mettere punti a referto non è mai stato il mio forte.
All'epoca la tv satellitare era una chimera per molti di noi, quindi per vedere la NBA bisognava adattarsi o immaginarla il più delle volte. Ma nel 1995 mio padre decise di mettere Tele+ per vedere il posticipo serale, si perché all'epoca era solo uno la domenica sera e basta. Questa innovazione in casa mi portò a scoprire il Football Americano e mi concesse la visione delle partite NBA. Tante volte è questione di fortuna nella vita, fatto sta che la prima partita che ricordo di aver visto è stata Charlotte Hornets – Chicago Bulls. Si, era la stagione delle 72 vittorie e Si, io vidi una delle dieci sconfitte. L'immagine nitida che ricordo è di un Michael Jordan che esce dal campo furibondo, nonostante si fosse a fine regular season e con il primo seed già in tasca. Ah e per la prima volta ho sentito una telecronaca di Buffa-Tranquillo, di cui all'epoca non capii molto, ma avevo pur sempre dieci anni, però anni dopo intuii la fortuna che ebbi. Da quel giorno la mia concentrazione si spostò dal basket nostrano ( fino ad allora molto più fruibile ) a quello d'oltreoceano, e di conseguenza i giocatori di cui innamorarmi erano diventati dei pezzi d'ebano che facevano cose che qua da noi si pensavano e basta. E come spesso mi accade ho finito per perdere la testa per la gente sbagliata. Talento a volte irreale ma quasi mai accompagnato da una testa normale. Perché dai diciamolo, belli i Jordan, i Kobe, i Lebron o chi volete voi, ma a me alla lunga annoiano nella loro perfezione.
So che non ne sente il bisogno nessuno ma ho provato a stilare il mio quintetto ideale di quelli che mi hanno fatto perdere il senno.

PGAllen Iverson

Qua credo ci sia poco da dire. Lo conosciamo tutti e la sua vita e carriera è stata ribaltata come un calzino in lavatrice. Arresti, crossover, problemi col gioco e con l'alcool, We Talking about practice. Mi piace ricordare due numeri : 183 e 77. Centimetri e chilogrammi. E nel basket di fine anni '90-inizio 2000 non sono dati che dovrebbero rappresentare uno dei migliori di sempre. Perché di questo si tratta. Un titolo di MVP, due volte MVP dell'AllStar, Rookie dell'anno, quattro volte miglior marcatore. E un titolo NBA sfiorato ma mai raccolto. E un paio di istantanee che sono di diritto nella storia del gioco.
A quel crossover hanno abboccato praticamente tutti i suoi avversari, ma quando un cambio difensivo lo porta in punta marcato da Sua Maestà MJ nessuno lo avrebbe aspettato. Prima si va in mezzo alle gambe, finta di partenza a sinistra e subito a destra. E MJ piantato al terreno. Arresto, tiro, due punti. Infatuazione.
La seconda neanche la racconto, basta il video :


In quel momento era onnipotente. Da infatuazione a amore.


SG – Latrell Sprewell

La mia prima visita al NBA Store sulla 5° strada è datata 2001. Con I primi cento dollari spesi là dentro mi regalai due maglie. Una col numero 3 di Philadelphia ( vedi sopra ) e una dei New York Knicks col numero col numero 8. Un paio di anni prima presi la decisione ( finora funesta ) di tifare per i Knickerbockers e la colpa fu tutta di quel numero 8.
Sprewell era appena arrivato dai Golden State Warriors dove aveva provato a uccidere il suo coach Carlesimo. Che conoscendo poi il personaggio Carlesimo non mi risulta neanche difficile pensare che qualcuno dei suoi giocatori avesse pensato di toglierlo dal mondo. Fatto sta che i deviati mentali mi hanno sempre attirato per qualche strana ragione, fu così che Latrell mi balzò all'occhio. E quello che vidi fu fantastico. Un difensore divino con le movenze di un felino. Metteva in campo tutto e arrivava anche dove giocatori più forti di lui non osavano. E non mollò neanche quando le Finals del 1999 erano ormai già vinte da San Antonio.
Ma purtroppo la testa era quella che era e pure a NY finì male, così come poi a Minnesota dove anche là insieme a Garnett aveva portato una storica cenerentola alle finali di conference. Ma la testa non la cambi e a 35 anni rifiutò 21 milioni di dollari per tre anni perché la riteneva un'offerta troppo bassa e lui aveva una famiglia da sfamare...Come si può non amarlo?

SF – Tracy McGrady

L'uomo dei “se”. Se avesse avuto più voglia, se la schiena fosse stata quella di un normale atleta, se i compagni fossero stati all'altezza. A livello di puro talento uno dei primi di sempre. A livello fisico uno degli ultimi. Vederlo sdraiato a bordo campo con il ghiaccio sulla schiena ogni volte che veniva richiamato in panchina era sempre una pugnalata al cuore. È stato bene forse per meno di due stagioni ma ha mostrato cose incredibili. A livello di facilità nel realizzare è l'anello mancante tra Jordan e Durant. Ma anche uno dei più grandi perdenti di sempre. Per riuscire a passare un primo turno di playoffs è dovuto andare a sventolare gli asciugamani a San Antonio quando era ormai un ex giocatore.
Se la schiena lo avesse tenuto in piedi per qualche anno staremo parlando di uno dei primi della lista, e quella coppia con Yao Ming avrebbe avuto qualche chance di portare a casa dell'argenteria. Però oh, quando un altro farà 13 punti in meno di 35 secondi fatemi un fischio che io ancora lo devo trovare. Fidanzata sbagliata ( Buffa Docet ).



PF – Tim Duncan

Si è capito che ho una predilezione particolare per quelli fuori di testa, ma ogni tanto mi innamoro anche di qualcuno normale. E innamorarsi cestisticamente di Duncan è abbastanza semplice. Fresco di quinto anello messo alle dita, e vicino alla fine della carriera, non si può non omaggiare colui che è più comodo definire come la più grande Ala Forte del gioco.
Perché di grandissimi ce ne sono stati in quel ruolo ( Malone, Barkley e Rodman per pescare solo negli ultimi vent'anni ) ma nessuno ha fatto sembrare cose immense come se fossero le più semplici del mondo. Tutti convinti che aveva vinto i titoli perché c'era Robinson? Lui risponde con una quasi quadrupla doppia in finale. Tutti a dirgli che era finito data l'età? La risposta sono state le ultime due stagioni in cui ha giocato meglio di quando aveva sei-sette anni meno.
Ma la cosa che mi ha sempre fatto impazzire è la sua impassibilità. Qualsiasi cosa succeda in campo lui sembra sempre esserne estraneo. Che sia una tripla di Fisher con quattro decimi sul cronometro in una finale di Conference, o che la tripla la mette lui sulla sirena del supplementare con Phoenix, è la stessa cosa. Sempre la stessa faccia, sempre le stesse reazioni. È per questo che una lacrimuccia mi è scesa quando durante le scorse finali, negli ultimi secondi di gara 7, l'ho visto disperarsi per un canestro sbagliato, che in carriera ha sempre messo a occhi chiusi. Lo ha reso umano, e l'umanità è sempre apprezzata da questa parti. Divino.


C – Vlade Divac

Marlboro Man. Già dal soprannome merita stima infinita. Non lo ricordo ai Lakers, ne ho una vaga rimembranza a Charlotte, ma quello di Sacramento non me lo toglie dalla mente nessuno. Da quello che ho visto e letto poi, il Divac che ricordo io è stato forse non il migliore della carriera, ma per me resta un poeta del gioco. Il miglior gioco di squadra che la mia mente ricordi ( insieme ai Suns di D'Antoni ) guidata magnificamente da un playmaker di 216 cm, mascherato da Centro, che predicava dal post basso.
Nella mia visione della pallacanestro il centro perfetto è uno tra lui e Sabonis, gente che con qualche centimetro in meno avrebbe potuto fare la guardia con le mani che aveva. Ti uccideva spalle a canestro, ma sempre col sorriso. E se non bastassero le emozioni che mi ha regalato in campo, qualche anno fa ci ha regalato uno dei documentari più belli sulla pallacanestro mai realizzati. ( Once Brothers su Petrovic ).

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