“La pressione la sente l'operaio
che la sera non riesce a dar da mangiare ai propri figli, noi abbiamo
un posto di lavoro saldo e siamo dei privilegiati ”
La domanda era di
un giornalista in conferenza stampa, il giorno prima della finale di
Champions di quest'anno.
Una risposta di
facciata, anche paracula forse. Ma se si conosce il personaggio si sa
che erano parole sentite. Perché lui operaio lo è stato per una
vita, anche se soltanto in campo, ma sempre di operaio si è
trattato. Lui è Diego Pablo Simeone detto anche El Cholo. Non
fraintendetemi, lo so cosa significa lavorare tutto il giorno
rispetto a fare il calciatore, però Simeone è stato un operaio del
pallone. Poca classe, poca tecnica, piedi discreti ma tanto cuore, tanto coraggio e soprattutto tanta corsa.
Si perché non era
un giocatore di talento, uno di quelli che rubano l'occhio per le
giocate spettacolari. Non era Zidane o Baggio, per restare nella
stessa epoca. Ma era uno di quei giocatori che ovunque è stato viene
ricordato con lo stesso amore con cui si ricordano i fuoriclasse. C'è
chi ti conquista con la giocata funambolica e chi lo fa con lo stare
novanta e più minuti a mordere le caviglie degli avversari, e
sinceramente sono questi i giocatori che preferisco.
Anche il soprannome
che gli è stato affibbiato, quando era un giovane promettente in
Argentina, fu il più azzeccato. El Cholo é l'abbreviazione di
un termine azteco che indica un tipo di mastino, uno di quelli che
quando ti prende non ti molla, praticamente la descrizione perfetta
del Simeone calciatore. Un mediano, un incontrista, chiamatelo come
preferite ma il suo unico scopo era rompere il gioco dell'avversario
e rubare palloni. Era il classico giocatore che rompeva i coglioni.
Il classico operaio del pallone che però ha avuto la possibilità di
andare in paradiso, da protagonista, toccandolo con un dito una volta
e arrivato davanti alla porta in un'altra. Sono le stagioni 99/00 e
2013/14 però andiamo con ordine.
Dopo gli inizi in
Argentina nel Velez, lo portò in Italia Romeo Anconetani,
personaggio che meriterebbe dei libri per raccontarlo, ma non ebbe il
successo sperato. Così si andò in Spagna, Siviglia per due anni poi
l'approdo all'Atletico Madrid. Ed è in Spagna che si inizia a notare
una sua caratteristica peculiare, perché è vero che era un
medianaccio che rompeva il gioco ma aveva anche uno spiccato senso
del gol. Quasi tutti di testa, quasi tutti da calcio piazzato. Non è
alto, un metro e settantasette, ma la testa non la usava solo per
impattare il pallone, la usava anche per arrivare prima degli altri.
Un senso dell'inserimento visto poche altre volte in un giocatore
delle sue caratteristiche. E quei goal valgono il raggiungimento di
uno dei punti più alti della sua carriera. Nel 95/96 lui con il suo
Atletico vanno a rompere il dominio incontrastato di Real e Barcelona
e si portarono a casa La Liga. E anche la Coppa Del Re. E furuno
dodici le sue reti in quel campionato, una storia che poi si
ripeterà.
Ma il suo carattere
difficilmente lo riesce a tenere fermo in un posto, come detto è un
giocatore tutto cuore e tante volte questa passione lo porta a
perdere la testa. L'Atletico lo cede all'Inter per tredici miliardi
di lire. Con l'Inter arriva il primo titolo europeo per Simeone, la
Coppa Uefa in finale contro la Lazio, un 3 a 0 sigillato da un goal
di Ronaldo che ancora tutti ricordano.
Durante la sua
permanenza sotto la Madonnina ha la sua seconda occasione al
Mondiale. Nel 1994 negli USA la sua avventura e quella della
nazionale Albiceleste si fermò agli ottavi contro una sorprendente
Romania guidata da George Hagi. Ma quello fu il mondiale di Maradona,
della nuova positività ai controlli antidoping e di una squadra
promettente ma che perdeva il proprio leader. Nel 1998 quei giovani
erano cresciuti e El Cholo
era il capitano di quella squadra. L'Argentina di diritto a ogni
inizio di mondiale rientra tra le favorite ed era così anche in
Francia. Una delle partite più belle di quel campionato la offrirono
proprio l'Argentina e l'Inghilterra negli ottavi di finale, partita
che i sudamericani portarono a casa dopo i calci di rigori, ma che
tutti ricordano per l'espulsione del giocatore simbolo degli
Albionici, quel David Beckham caduto ingenuamente nelle provocazioni
di Simeone. La corsa di quell'Argentina si fermò nei quarti, con un
capolavoro di Dennis Bergkamp al 90°. Una delusione enorme per tutta
la nazione, specialmente per il loro capitano.
Anche all'Inter non riesce a fermarsi, e dopo un altra stagione
deve partire di nuovo, anche se i tifosi nerazzurri lo ricordano
ancora con passione.Leggenda vuole che furono i rapporti non
idilliaci con Ronaldo a farlo andar via da Milano. Quell'estate il
presidente Moratti sborsò novanta miliardi per portarsi a casa Bobo
Vieri dalla Lazio di cui una parte, ventuno per la precisione, furono
scalati inserendo Simeone nella trattativa.
A Roma si svolge la
parte più significativa della sua carriera da calciatore, anche se
all'inizio nessuno lo avrebbe pensato. Arrivato a Roma si ritrova in
una delle squadre più forti che si potevano trovare all'epoca.
Marchegiani, Nesta, Mihajlovic, Nedved, Stankovic, Salas, Mancini
erano solo alcuni dei compagni che si ritrova nello spogliatoio. Ma
ci sono anche amici e connazionali come Sensini, Veron e Almeyda che
insieme al Cholo saranno fondamentali per quella squadra. La
stagione 99/00 si apre con la vittoria della Supercoppa Europea
contro il Manchester United a Montecarlo. Un goal di Salas fece
vincere alla Lazio il secondo titolo europeo della sua storia ( dopo
la Coppa Delle Coppe della stagione precedente ), ma quella partita
vede Simeone partire dalla panchina e entrare al 66' al posto di
Nedved per difendere il risultato contro un Manchester non in serata,
ma pericoloso solo leggendo la formazione. E il non essere titolare
si riverificò per quasi tutta la prima parte della stagione. La
squadra disegnata da mister Eriksson vedeva in mezzo al campo la
coppia Veron-Almeyda che non lasciava molto spazio agli altri.
A inizio campionato
la Lazio vola, l'obiettivo è lo scudetto sfuggito all'ultima
giornata la stagione precedente, e si punta a fare bene anche in
Champions League. Ma per Simeone lo spazio è sempre poco. Trova più
posto in Coppa Campioni dove mister Eriksson lascia spazio a qualche
giocatore che gioca meno. Ed è qui che Simeone comincia a
guadagnarsi lo spazio che merita, a suon di prestazioni di sostanza,
come sempre poco spettacolari ma a quello c'erano altri giocatori a
pensarci. Il cambio di direzione della stagione del Cholo si
ha intorno a gennaio. Al rientro dalla pausa natalizia la Lazio trova
qualche difficoltà a ritrovare il passo di inizio stagione, perdendo
a Venezia e pareggiando con Reggina e Cagliari nelle
giornate successive, risultati che costarono il sorpasso in testa
alla classifica in favore della Juventus. E qua arriva la svolta.
Eriksson decide di mettere mano alla squadra, mettendo in campo un
4-5-1, con Veron, Nedved e Conceicao alle spalle di Simone Inzaghi, e
Almeyda e Simeone a coprire le spalle ai quattro davanti. A vederlo
oggi si parlerebbe di 4-2-3-1 che ora va tanto di moda, ma all'epoca le linee erano ancora tre, quindi passava per un modulo
difensivista...
Ma più che il
cambio di modulo fu l'inserimento in squadra di Simeone a dare una
scossa a quella squadra. A forza di prestazioni intense riuscì a
spingere la i suoi compagni a riprendere il ritmo che sembravano aver
perso a fine dicembre. Quella Lazio era una squadra piena di leader e
di personalità forti. Anche troppo visto che gli allenamenti assomigliavano spesso a delle partite vere. Al punto che in uno di questi allenamenti si passo direttamente alle mani, con Couto e Simeone al centro del quadrato. Chi ebbe la meglio non si sa, si sa solo che nessuno voleva perdere in quella squadra.
Mancini, Mihajlovic, Couto, Veron ma tra tutti fu la personalità del Cholo a prendere il sopravvento e a guidare i compagni. E la dimostrazione la diede nel finale di campionato. Alcuni punti persi per strada portarono la Lazio ad arrivare al 1 Aprile, allo scontro diretto contro la capolista Juventus sotto di sei punti. La partita è tesa, entrambe le squadre hanno paura di perdere. Sanno che una sconfitta sarebbe tremenda visto che alla fine del campionato mancano solo sei giornate. Ci sono partite che vincono i campioni e altre partite che le vincono gli uomini, in questo caso serviva un vero uomo per sbloccare la situazione. Al 20' del secondo tempo l'arbitro Farina espelle Ferrara per doppia ammonizione. Il gioco riparte, la palla arriva sulla destra a Veron che alza lo sguardo verso l'area e vede arrivare un centrocampista in area, cross perfetto e Simeone di testa ad anticipare i difensori mette la palla alla destra di Van Der Sar.
Mancini, Mihajlovic, Couto, Veron ma tra tutti fu la personalità del Cholo a prendere il sopravvento e a guidare i compagni. E la dimostrazione la diede nel finale di campionato. Alcuni punti persi per strada portarono la Lazio ad arrivare al 1 Aprile, allo scontro diretto contro la capolista Juventus sotto di sei punti. La partita è tesa, entrambe le squadre hanno paura di perdere. Sanno che una sconfitta sarebbe tremenda visto che alla fine del campionato mancano solo sei giornate. Ci sono partite che vincono i campioni e altre partite che le vincono gli uomini, in questo caso serviva un vero uomo per sbloccare la situazione. Al 20' del secondo tempo l'arbitro Farina espelle Ferrara per doppia ammonizione. Il gioco riparte, la palla arriva sulla destra a Veron che alza lo sguardo verso l'area e vede arrivare un centrocampista in area, cross perfetto e Simeone di testa ad anticipare i difensori mette la palla alla destra di Van Der Sar.
Lazio a tre punti dalla Juventus e campionato riaperto. L'immagine
del Cholo sotto il settore dei tifosi laziali che fa il tre con la mano è
ancora incisa nella memoria di tutti i tifosi della Lazio. Nelle
ultime quattro di campionato la Lazio completerà la rimonta e
arriverà a vincere il secondo titolo della sua storia. Non mi
soffermerò sull'ultima giornata di quel campionato, su quel
Perugia-Juventus che fa ancora discutere dopo quasi quindici anni. Ma
in quelle ultime quattro partite Simeone mise il sigillo su tutte e
quattro, sempre di testa, facendo infuocare sempre di più i tifosi
della Lazio. Andando sempre sotto la curva e voltandosi di spalle
andava a indicare con i pollici quel numero 14 sulla maglia. Quel
numero che li stava portando al trionfo. E il trionfo fu doppio visto
che i biancoazzurri portarono a casa anche la Coppa Italia, vincendo
la finale con l'Inter 2 a 1 all'andata e 0 a 0 al ritorno. Indovinate
di chi fu il goal che diede la coppa alla Lazio? C'è bisogno di
dirlo?
Ma quella fu la partita di Ronaldo e del secondo legamento saltato.
Al rientro dopo mesi dal primo infortunio trotterella per il campo, poi un lampo. Una ribattuta dalla difesa, Ronaldo la stoppa e punta la
porta a tutta velocità. Davanti ha Couto, arrivato al limite
dell'area va con il famosissimo doppio passo che aveva già fatto
male alla Lazio. Ma sul secondo movimento il ginocchio destro non
tiene e Ronaldo crolla dolorante sull'erba. Mentre lo stadio è in
silenzio totale e i giocatori girano per il campo con le mani nei
capelli, l'unico accanto al Fenomeno è proprio il vecchio nemico
Simeone. Tanto cattivo e agonista in campo quanto leale e rispettoso,
anche con chi lo aveva fatto andar via dall'Inter pochi mesi prima.
Quel
2000 creò un rapporto tra Simeone e i tifosi laziali che niente
avrebbe diviso. I cori per El
Cholo si possono sentire
ancora oggi a distanza di tre lustri. Un rapporto fatto di poche
parole e tanti gesti, uno in particolare è ancora tra i simboli del
derby romano. Una partita che non è mai stata come le altre, una
partita che porta a odiarsi per settimane anche tra fidanzati. Il
giorno è il 29 aprile 2001, in posticipo serale si scontrano Lazio e
Roma mai come in quell'anno a altissimi livelli. La Roma è prima
lanciata verso il suo 3° scudetto e la Lazio è terza e sta provando
un rimonta difficile dopo le difficoltà di inizio stagione. Mr
Eriksson ha lasciato la squadra attirato dalla nazionale inglese (
tutto si lega nella storia di Simeone ) e in panchina c'è Zoff.
Nella Lazio sono arrivati altri due argentini, Crespo e Castroman, che
vanno a aumentare il numero di connazionali del Cholo
nello spogliatoio. La
partita nel primo tempo è brutta come spesso accade nelle
stracittadine romane. Nel secondo tempo la Roma rientra furiosa e in
dieci minuti si porta sul 2 a 0 con reti di Delvecchio e Batistuta.
Ma la Lazio non ci sta a far praticamente vincere lo scudetto alla
Roma davanti ai propri tifosi e accorcia le distanze a una decina di
minuti dalla fine con un sinistro al volo da fuori area di Nedved. La
Lazio continua a spingere e al 94° c'è un calcio d'angolo dalla
sinistra, Mihajlovic lo batte a uscire un difensore romanista la
butta fuori e Castroman al volo di destro la mette all'angolino. La
curva nord esplode, tutta la squadra va sotto la curva e Simeone fa un
gesto che ogni tifoso della Lazio ha fatto in quella curva. Si
rivolse alla curva romanista e prese le sue parti intime tra le mani,
a far intendere dove avrebbero dovuto attaccarsi i tifosi della Roma.
Uno di quei gesti che fanno impazzire i tuoi tifosi e ti farà odiare
a morte dagli avversari. Di certo non il gesto più signorile ed
elegante del mondo, ma nella mentalità comune l'operaio non viene
associato con un nobile...


Le stagioni laziali in totale furono quattro, ma dopo quel 2001 gli
infortuni iniziarono a perseguitarlo, giocò sempre meno e alla fine,
visti anche i problemi societari della Lazio dovette lasciare Roma,
dove i tifosi ancora lo osannano come un eroe. Tornò a Roma da
allenatore dell'Atletico nel 2012 per una partita di Europa League.
Il prepartita fu una specie di tributo di un popolo al proprio
condottiero.
Si perché uno come Simeone dopo tanti anni a lottare in mezzo al
campo decise che ancora non era finito il tempo di lottare e continuò
a farlo in panchina. Due scudetti vinti in Argentina con Estudiantes
( con Veron in campo ) e con il River. Poi in Italia la non esaltante
avventura con il Catania, il rientro in patria al Racing e poi la
chiamata dell'Atletico. Nelle prime due stagioni il palmares recita:
1 coppa del Re, 1 Europa League e 1 Supercoppa Europea. Che già così
non suonerebbe male. La stagione 2013/14 inizia con l'Atletico
considerato la terza forza, sempre dietro a Real e Barcelona.
El
Cholo
ha appena perso il miglior giocatore della sua squadra, quel Falcao
venduto al Monaco per tanti soldi, ma che portava in dote una
trentina di goal l'anno. La squadra è plasmata a sua immagine e
somiglianza. È una squadra di operai tutti dediti alla causa. Anche
Diego Costa, chiamato a prendere il posto di Falcao e autore di goal
a raffica, lotta e combatte su ogni pallone. La stagione parte
fortissimo con otto vittorie di fila prima dello stop contro
l'Espanyol. Ma poi si ricomincia a marciare con la squadra sempre
concentrata sull'obiettivo. Ma staccare Real e Barcelona è impresa
quasi impossibile. E la squadra marcia anche in Champions League dove
dopo aver passato agilmente il girone elimina nell'ordine Milan,
Barcelona e Chelsea. Mai partendo come favorita. Nella Liga sembrava
fatta a quattro giornate alla fine, poi una sconfitta a Levante e un
pareggio in casa con il Malaga sembravano aver messo il titolo nelle
mani del Barca. Ci si ritrova così in sette giorni a giocarsi una
stagione. 17 maggio Barcelona – Atletico, 24 maggio Real –
Atletico. Le rivali di sempre per dividere una stagione trionfale da
una stagione da tragedia. Perché è vero che L'Atletico non era
considerato da nessuno per la vittoria di entrambe le competizioni,
ma arrivarci a un centimetro e non riuscire a prenderle sarebbe stato
anche peggio che non esserci proprio arrivati. Come detto se nel 2000
il paradiso è stato toccato questa volta Simeone era davanti alle
porte in attesa che si aprissero.
Al Camp Nou la situazione è questa: 99mila contro 447. Questi erano i tifosi sugli spalti. Quasi centomila catalani contro neanche cinquecento madrileni, relegati in cima allo stadio dove i giocatori li immagini più che vederli. E quando nel primo tempo El Niño Maravilla Sanchez infila una cannonata tra il palo e Courtois quei centomila sono esplosi, tutti convinti di avere in mano La Liga. Ma i Colchoneros avevano a disposizione due risultati su tre, il Barcà costretto a vincere. E nella ripresa la squadra di Simeone rientra in campo completamente ribaltata, con una voglia di riprendere quella partita che non c'era nel primo tempo. E quando Godin infila di testa la palla dell'1 a 1 sono i 447 a fare festa, così come dopo pochi minuti tutti i tifosi dell'Atletico saranno intorno alla Fuente de Neptuno a festeggiare un titolo atteso diciassette anni. Simeone e i suoi non hanno portato a casa il titolo con la tecnica o con la classe. Lo hanno fatto con la voglia e la grinta, esatta riproduzione di quello che era El Cholo in campo.
Al Camp Nou la situazione è questa: 99mila contro 447. Questi erano i tifosi sugli spalti. Quasi centomila catalani contro neanche cinquecento madrileni, relegati in cima allo stadio dove i giocatori li immagini più che vederli. E quando nel primo tempo El Niño Maravilla Sanchez infila una cannonata tra il palo e Courtois quei centomila sono esplosi, tutti convinti di avere in mano La Liga. Ma i Colchoneros avevano a disposizione due risultati su tre, il Barcà costretto a vincere. E nella ripresa la squadra di Simeone rientra in campo completamente ribaltata, con una voglia di riprendere quella partita che non c'era nel primo tempo. E quando Godin infila di testa la palla dell'1 a 1 sono i 447 a fare festa, così come dopo pochi minuti tutti i tifosi dell'Atletico saranno intorno alla Fuente de Neptuno a festeggiare un titolo atteso diciassette anni. Simeone e i suoi non hanno portato a casa il titolo con la tecnica o con la classe. Lo hanno fatto con la voglia e la grinta, esatta riproduzione di quello che era El Cholo in campo.
E
dopo una settimana viene riproposta di nuovo la sfida tra Davide e
Golia. E se al Camp Nou aveva avuto la meglio il più piccolo tra i
contendenti, a Lisbona la sfida era ancora più importante. La
Champions League ha un valore nettamente superiore a qualsiasi
campionato nazionale, quando te la giochi contro i rivali cittadini
deve avere un sapore ancor più speciale. E Simeone mette in campo la
squadra come al solito. Pressing alto e costante, ripartenze veloci e
la gamba non va mai tolta. E per 92 minuti aveva funzionato alla
perfezione, con il solito Godin a infilare Golia. Ma purtroppo la
vita è fatta così, non sempre vince Davide. E più vedo il goal di
Sergio Ramos al 93° e più mi sembra di rivedere uno dei goal che
avevano reso grande El
Cholo.

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