domenica 1 giugno 2014

La Classe Operaia Va In Paradiso - Diego Pablo Simeone

La pressione la sente l'operaio che la sera non riesce a dar da mangiare ai propri figli, noi abbiamo un posto di lavoro saldo e siamo dei privilegiati ”

La domanda era di un giornalista in conferenza stampa, il giorno prima della finale di Champions di quest'anno.
Una risposta di facciata, anche paracula forse. Ma se si conosce il personaggio si sa che erano parole sentite. Perché lui operaio lo è stato per una vita, anche se soltanto in campo, ma sempre di operaio si è trattato. Lui è Diego Pablo Simeone detto anche El Cholo. Non fraintendetemi, lo so cosa significa lavorare tutto il giorno rispetto a fare il calciatore, però Simeone è stato un operaio del pallone. Poca classe, poca tecnica, piedi discreti ma tanto cuore, tanto coraggio e soprattutto tanta corsa.
Si perché non era un giocatore di talento, uno di quelli che rubano l'occhio per le giocate spettacolari. Non era Zidane o Baggio, per restare nella stessa epoca. Ma era uno di quei giocatori che ovunque è stato viene ricordato con lo stesso amore con cui si ricordano i fuoriclasse. C'è chi ti conquista con la giocata funambolica e chi lo fa con lo stare novanta e più minuti a mordere le caviglie degli avversari, e sinceramente sono questi i giocatori che preferisco.
Anche il soprannome che gli è stato affibbiato, quando era un giovane promettente in Argentina, fu il più azzeccato. El Cholo é l'abbreviazione di un termine azteco che indica un tipo di mastino, uno di quelli che quando ti prende non ti molla, praticamente la descrizione perfetta del Simeone calciatore. Un mediano, un incontrista, chiamatelo come preferite ma il suo unico scopo era rompere il gioco dell'avversario e rubare palloni. Era il classico giocatore che rompeva i coglioni. Il classico operaio del pallone che però ha avuto la possibilità di andare in paradiso, da protagonista, toccandolo con un dito una volta e arrivato davanti alla porta in un'altra. Sono le stagioni 99/00 e 2013/14 però andiamo con ordine.
Dopo gli inizi in Argentina nel Velez, lo portò in Italia Romeo Anconetani, personaggio che meriterebbe dei libri per raccontarlo, ma non ebbe il successo sperato. Così si andò in Spagna, Siviglia per due anni poi l'approdo all'Atletico Madrid. Ed è in Spagna che si inizia a notare una sua caratteristica peculiare, perché è vero che era un medianaccio che rompeva il gioco ma aveva anche uno spiccato senso del gol. Quasi tutti di testa, quasi tutti da calcio piazzato. Non è alto, un metro e settantasette, ma la testa non la usava solo per impattare il pallone, la usava anche per arrivare prima degli altri. Un senso dell'inserimento visto poche altre volte in un giocatore delle sue caratteristiche. E quei goal valgono il raggiungimento di uno dei punti più alti della sua carriera. Nel 95/96 lui con il suo Atletico vanno a rompere il dominio incontrastato di Real e Barcelona e si portarono a casa La Liga. E anche la Coppa Del Re. E furuno dodici le sue reti in quel campionato, una storia che poi si ripeterà.
Ma il suo carattere difficilmente lo riesce a tenere fermo in un posto, come detto è un giocatore tutto cuore e tante volte questa passione lo porta a perdere la testa. L'Atletico lo cede all'Inter per tredici miliardi di lire. Con l'Inter arriva il primo titolo europeo per Simeone, la Coppa Uefa in finale contro la Lazio, un 3 a 0 sigillato da un goal di Ronaldo che ancora tutti ricordano.

Durante la sua permanenza sotto la Madonnina ha la sua seconda occasione al Mondiale. Nel 1994 negli USA la sua avventura e quella della nazionale Albiceleste si fermò agli ottavi contro una sorprendente Romania guidata da George Hagi. Ma quello fu il mondiale di Maradona, della nuova positività ai controlli antidoping e di una squadra promettente ma che perdeva il proprio leader. Nel 1998 quei giovani erano cresciuti e El Cholo era il capitano di quella squadra. L'Argentina di diritto a ogni inizio di mondiale rientra tra le favorite ed era così anche in Francia. Una delle partite più belle di quel campionato la offrirono proprio l'Argentina e l'Inghilterra negli ottavi di finale, partita che i sudamericani portarono a casa dopo i calci di rigori, ma che tutti ricordano per l'espulsione del giocatore simbolo degli Albionici, quel David Beckham caduto ingenuamente nelle provocazioni di Simeone. La corsa di quell'Argentina si fermò nei quarti, con un capolavoro di Dennis Bergkamp al 90°. Una delusione enorme per tutta la nazione, specialmente per il loro capitano.
Anche all'Inter non riesce a fermarsi, e dopo un altra stagione deve partire di nuovo, anche se i tifosi nerazzurri lo ricordano ancora con passione.Leggenda vuole che furono i rapporti non idilliaci con Ronaldo a farlo andar via da Milano. Quell'estate il presidente Moratti sborsò novanta miliardi per portarsi a casa Bobo Vieri dalla Lazio di cui una parte, ventuno per la precisione, furono scalati inserendo Simeone nella trattativa.
A Roma si svolge la parte più significativa della sua carriera da calciatore, anche se all'inizio nessuno lo avrebbe pensato. Arrivato a Roma si ritrova in una delle squadre più forti che si potevano trovare all'epoca. Marchegiani, Nesta, Mihajlovic, Nedved, Stankovic, Salas, Mancini erano solo alcuni dei compagni che si ritrova nello spogliatoio. Ma ci sono anche amici e connazionali come Sensini, Veron e Almeyda che insieme al Cholo saranno fondamentali per quella squadra. La stagione 99/00 si apre con la vittoria della Supercoppa Europea contro il Manchester United a Montecarlo. Un goal di Salas fece vincere alla Lazio il secondo titolo europeo della sua storia ( dopo la Coppa Delle Coppe della stagione precedente ), ma quella partita vede Simeone partire dalla panchina e entrare al 66' al posto di Nedved per difendere il risultato contro un Manchester non in serata, ma pericoloso solo leggendo la formazione. E il non essere titolare si riverificò per quasi tutta la prima parte della stagione. La squadra disegnata da mister Eriksson vedeva in mezzo al campo la coppia Veron-Almeyda che non lasciava molto spazio agli altri.
A inizio campionato la Lazio vola, l'obiettivo è lo scudetto sfuggito all'ultima giornata la stagione precedente, e si punta a fare bene anche in Champions League. Ma per Simeone lo spazio è sempre poco. Trova più posto in Coppa Campioni dove mister Eriksson lascia spazio a qualche giocatore che gioca meno. Ed è qui che Simeone comincia a guadagnarsi lo spazio che merita, a suon di prestazioni di sostanza, come sempre poco spettacolari ma a quello c'erano altri giocatori a pensarci. Il cambio di direzione della stagione del Cholo si ha intorno a gennaio. Al rientro dalla pausa natalizia la Lazio trova qualche difficoltà a ritrovare il passo di inizio stagione, perdendo a Venezia e pareggiando con Reggina e Cagliari nelle giornate successive, risultati che costarono il sorpasso in testa alla classifica in favore della Juventus. E qua arriva la svolta. Eriksson decide di mettere mano alla squadra, mettendo in campo un 4-5-1, con Veron, Nedved e Conceicao alle spalle di Simone Inzaghi, e Almeyda e Simeone a coprire le spalle ai quattro davanti. A vederlo oggi si parlerebbe di 4-2-3-1 che ora va tanto di moda, ma all'epoca le linee erano ancora tre, quindi passava per un modulo difensivista...
Ma più che il cambio di modulo fu l'inserimento in squadra di Simeone a dare una scossa a quella squadra. A forza di prestazioni intense riuscì a spingere la i suoi compagni a riprendere il ritmo che sembravano aver perso a fine dicembre. Quella Lazio era una squadra piena di leader e di personalità forti. Anche troppo visto che gli allenamenti assomigliavano spesso a delle partite vere. Al punto che in uno di questi allenamenti si passo direttamente alle mani, con Couto e Simeone al centro del quadrato. Chi ebbe la meglio non si sa, si sa solo che nessuno voleva perdere in quella squadra. 
Mancini, Mihajlovic, Couto, Veron ma tra tutti fu la personalità del Cholo a prendere il sopravvento e a guidare i compagni. E la dimostrazione la diede nel finale di campionato. Alcuni punti persi per strada portarono la Lazio ad arrivare al 1 Aprile, allo scontro diretto contro la capolista Juventus sotto di sei punti. La partita è tesa, entrambe le squadre hanno paura di perdere. Sanno che una sconfitta sarebbe tremenda visto che alla fine del campionato mancano solo sei giornate. Ci sono partite che vincono i campioni e altre partite che le vincono gli uomini, in questo caso serviva un vero uomo per sbloccare la situazione. Al 20' del secondo tempo l'arbitro Farina espelle Ferrara per doppia ammonizione. Il gioco riparte, la palla arriva sulla destra a Veron che alza lo sguardo verso l'area e vede arrivare un centrocampista in area, cross perfetto e Simeone di testa ad anticipare i difensori mette la palla alla destra di Van Der Sar.



Lazio a tre punti dalla Juventus e campionato riaperto. L'immagine del Cholo sotto il settore dei tifosi laziali che fa il tre  con la mano è ancora incisa nella memoria  di tutti i tifosi della Lazio. Nelle ultime  quattro di campionato la Lazio completerà la  rimonta e arriverà a vincere il secondo titolo  della sua storia. Non mi soffermerò  sull'ultima giornata di quel campionato, su  quel Perugia-Juventus che fa ancora  discutere dopo quasi quindici anni. Ma in  quelle ultime quattro partite Simeone mise il  sigillo su tutte e quattro, sempre di testa,  facendo infuocare sempre di più i tifosi della  Lazio. Andando sempre sotto la curva e  voltandosi di spalle andava a indicare con i pollici quel numero 14 sulla maglia. Quel numero che li stava portando al trionfo. E il trionfo fu doppio visto che i biancoazzurri portarono a casa anche la Coppa Italia, vincendo la finale con l'Inter 2 a 1 all'andata e 0 a 0 al ritorno. Indovinate di chi fu il goal che diede la coppa alla Lazio? C'è bisogno di dirlo?

Ma quella fu la partita di Ronaldo e del secondo legamento saltato. Al rientro dopo mesi dal primo infortunio trotterella per il campo, poi un lampo. Una ribattuta dalla difesa, Ronaldo la stoppa e punta la porta a tutta velocità. Davanti ha Couto, arrivato al limite dell'area va con il famosissimo doppio passo che aveva già fatto male alla Lazio. Ma sul secondo movimento il ginocchio destro non tiene e Ronaldo crolla dolorante sull'erba. Mentre lo stadio è in silenzio totale e i giocatori girano per il campo con le mani nei capelli, l'unico accanto al Fenomeno è proprio il vecchio nemico Simeone. Tanto cattivo e agonista in campo quanto leale e rispettoso, anche con chi lo aveva fatto andar via dall'Inter pochi mesi prima.
Quel 2000 creò un rapporto tra Simeone e i tifosi laziali che niente avrebbe diviso. I cori per El Cholo si possono sentire ancora oggi a distanza di tre lustri. Un rapporto fatto di poche parole e tanti gesti, uno in particolare è ancora tra i simboli del derby romano. Una partita che non è mai stata come le altre, una partita che porta a odiarsi per settimane anche tra fidanzati. Il giorno è il 29 aprile 2001, in posticipo serale si scontrano Lazio e Roma mai come in quell'anno a altissimi livelli. La Roma è prima lanciata verso il suo 3° scudetto e la Lazio è terza e sta provando un rimonta difficile dopo le difficoltà di inizio stagione. Mr Eriksson ha lasciato la squadra attirato dalla nazionale inglese ( tutto si lega nella storia di Simeone ) e in panchina c'è Zoff. Nella Lazio sono arrivati altri due argentini, Crespo e Castroman, che vanno a aumentare il numero di connazionali del Cholo nello spogliatoio. La partita nel primo tempo è brutta come spesso accade nelle stracittadine romane. Nel secondo tempo la Roma rientra furiosa e in dieci minuti si porta sul 2 a 0 con reti di Delvecchio e Batistuta. Ma la Lazio non ci sta a far praticamente vincere lo scudetto alla Roma davanti ai propri tifosi e accorcia le distanze a una decina di minuti dalla fine con un sinistro al volo da fuori area di Nedved. La Lazio continua a spingere e al 94° c'è un calcio d'angolo dalla sinistra, Mihajlovic lo batte a uscire un difensore romanista la butta fuori e Castroman al volo di destro la mette all'angolino. La curva nord esplode, tutta la squadra va sotto la curva e Simeone fa un gesto che ogni tifoso della Lazio ha fatto in quella curva. Si rivolse alla curva romanista e prese le sue parti intime tra le mani, a far intendere dove avrebbero dovuto attaccarsi i tifosi della Roma. Uno di quei gesti che fanno impazzire i tuoi tifosi e ti farà odiare a morte dagli avversari. Di certo non il gesto più signorile ed elegante del mondo, ma nella mentalità comune l'operaio non viene associato con un nobile...


Le stagioni laziali in totale furono quattro, ma dopo quel 2001 gli infortuni iniziarono a perseguitarlo, giocò sempre meno e alla fine, visti anche i problemi societari della Lazio dovette lasciare Roma, dove i tifosi ancora lo osannano come un eroe. Tornò a Roma da allenatore dell'Atletico nel 2012 per una partita di Europa League. Il prepartita fu una specie di tributo di un popolo al proprio condottiero.
Si perché uno come Simeone dopo tanti anni a lottare in mezzo al campo decise che ancora non era finito il tempo di lottare e continuò a farlo in panchina. Due scudetti vinti in Argentina con Estudiantes ( con Veron in campo ) e con il River. Poi in Italia la non esaltante avventura con il Catania, il rientro in patria al Racing e poi la chiamata dell'Atletico. Nelle prime due stagioni il palmares recita: 1 coppa del Re, 1 Europa League e 1 Supercoppa Europea. Che già così non suonerebbe male. La stagione 2013/14 inizia con l'Atletico considerato la terza forza, sempre dietro a Real e Barcelona.
El Cholo ha appena perso il miglior giocatore della sua squadra, quel Falcao venduto al Monaco per tanti soldi, ma che portava in dote una trentina di goal l'anno. La squadra è plasmata a sua immagine e somiglianza. È una squadra di operai tutti dediti alla causa. Anche Diego Costa, chiamato a prendere il posto di Falcao e autore di goal a raffica, lotta e combatte su ogni pallone. La stagione parte fortissimo con otto vittorie di fila prima dello stop contro l'Espanyol. Ma poi si ricomincia a marciare con la squadra sempre concentrata sull'obiettivo. Ma staccare Real e Barcelona è impresa quasi impossibile. E la squadra marcia anche in Champions League dove dopo aver passato agilmente il girone elimina nell'ordine Milan, Barcelona e Chelsea. Mai partendo come favorita. Nella Liga sembrava fatta a quattro giornate alla fine, poi una sconfitta a Levante e un pareggio in casa con il Malaga sembravano aver messo il titolo nelle mani del Barca. Ci si ritrova così in sette giorni a giocarsi una stagione. 17 maggio Barcelona – Atletico, 24 maggio Real – Atletico. Le rivali di sempre per dividere una stagione trionfale da una stagione da tragedia. Perché è vero che L'Atletico non era considerato da nessuno per la vittoria di entrambe le competizioni, ma arrivarci a un centimetro e non riuscire a prenderle sarebbe stato anche peggio che non esserci proprio arrivati. Come detto se nel 2000 il paradiso è stato toccato questa volta Simeone era davanti alle porte in attesa che si aprissero. 


Al Camp Nou la situazione è questa: 99mila contro 447. Questi erano i tifosi sugli spalti. Quasi centomila catalani contro neanche cinquecento madrileni, relegati in cima allo stadio dove i giocatori li immagini più che vederli. E quando nel primo tempo El Niño Maravilla Sanchez infila una cannonata tra il palo e Courtois quei centomila sono esplosi, tutti convinti di avere in mano La Liga. Ma i Colchoneros avevano a disposizione due risultati su tre, il Barcà costretto a vincere. E nella ripresa la squadra di Simeone rientra in campo completamente ribaltata, con una voglia di riprendere quella partita che non c'era nel primo tempo. E quando Godin infila di testa la palla dell'1 a 1 sono i 447 a fare festa, così come dopo pochi minuti tutti i tifosi dell'Atletico saranno intorno alla Fuente de Neptuno a festeggiare un titolo atteso diciassette anni. Simeone e i suoi non hanno portato a casa il titolo con la tecnica o con la classe. Lo hanno fatto con la voglia e la grinta, esatta riproduzione di quello che era El Cholo in campo.
E dopo una settimana viene riproposta di nuovo la sfida tra Davide e Golia. E se al Camp Nou aveva avuto la meglio il più piccolo tra i contendenti, a Lisbona la sfida era ancora più importante. La Champions League ha un valore nettamente superiore a qualsiasi campionato nazionale, quando te la giochi contro i rivali cittadini deve avere un sapore ancor più speciale. E Simeone mette in campo la squadra come al solito. Pressing alto e costante, ripartenze veloci e la gamba non va mai tolta. E per 92 minuti aveva funzionato alla perfezione, con il solito Godin a infilare Golia. Ma purtroppo la vita è fatta così, non sempre vince Davide. E più vedo il goal di Sergio Ramos al 93° e più mi sembra di rivedere uno dei goal che avevano reso grande El Cholo. 

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